“Scuola e disabilità: in Italia barriere, aule ghetto e docenti percepiti di serie B. Non basta stare fisicamente in classe”
L’inclusione scolastica e il diritto allo studio in Italia non sono garantiti a tutti, oltre al fatto che la proposta di tornare alle classi differenziate per gli alunni con disabilità e alle cosiddette “scuole speciali” sta riemergendo da una certa parte, finora minoritaria, del dibattito pubblico. La disabilità non è un tema da delegare solo all’insegnante di sostegno o alla retorica inclusiva, ma coinvolge la cultura e la professione di tutti i docenti. “Per non tornare alle scuole speciali e per valorizzare l’eterogeneità sociale delle classi, la disabilità deve essere vissuta come tema umano e sociale che mira all’emancipazione di tutti”. A dirlo è Matteo Schianchi, ricercatore Università degli Studi Milano-Bicocca. È nel coordinamento del TFA sostegno e direttore dei corsi. Ha conseguito anche un dottorato all’Ehess di Parigi in Storia sociale della disabilità. Schianchi, con disabilità motoria, ha scritto diversi libri e il più recente si intitola “Scuola e disabilità. Culture e pratiche condivise”. Ilfattoquotidiano.it lo ha intervistato.
Perché è importante oggi chiedere il rispetto del diritto all’inclusione scolastica?
Non basta stare fisicamente in classe. La scuola deve essere un luogo in cui imparare, crescere e costruire relazioni significative. È un diritto. È possibile anche per tutti gli studenti con disabilità complessa, a patto ci siano contesti, figure educative e relazioni all’altezza. Non c’è alternativa: o si lavora per l’apprendimento di ciascuno e si agisce di conseguenza, oppure si esercita il potere di trasformare la scuola in parcheggio, con apprendimenti e relazioni al ribasso.
Di recente è esploso il caso delle cosiddette “classi differenziate” a seguito delle parole controverse di Vannacci. Che idea si è fatto?
Basta con la propaganda sulla disabilità: la scuola italiana ha scelto da decenni la via dell’inclusione, non della separazione. Fin dai primi anni ‘70 si è costruito un percorso scolastico unico (pur esistendo ancora alcune scuole speciali), fondato sull’idea che l’eterogeneità delle classi sia una ricchezza formativa per tutti. Separare i percorsi significa invece distribuire opportunità in modo diseguale. La scuola per tutti è una scelta culturale e sociale che contrasta logiche selettive e classiste.
Cosa vuol dire tirare fuori il tema nel dibattito pubblico?
Oggi non c’è un vero dibattito pubblico organico. Troppo spesso la disabilità è vista come una questione specifica, da gestire secondo logiche assistenziali e sanitarie, anziché come una dimensione educativa, culturale e sociale che riguarda l’intera comunità scolastica. Mancano i termini per una piena e condivisa discussione.
Il concetto di diritto allo studio per tutti è ripetuto dalle istituzioni. Ma qual è la situazione attuale in Italia?
Ci sono insegnanti molto bravi e preparati, va detto. Al tempo stesso ci sono problemi strutturali, scuole piene di barriere architettoniche, aule-ghetto in cui stanno gli studenti disabili, elevata discontinuità didattica. Più del 50% degli alunni cambia insegnante di sostegno ogni anno, oltre l’8% nello stesso anno scolastico. Atavica delega all’insegnante di sostegno invece del coinvolgimento di tutto il corpo docente. Diffusa cultura scolastica assistenziale e sminuente. Impostazioni burocratiche e centrate su modelli medico-diagnostici anziché educativi e relazionali. Forniamo qualche statistica aggiornata delle persone interessate in ambito di scuola e disabilità. Abbiamo i dati dell’anno scorso che riportano gli alunni con disabilità alla cifra di circa 359mila, il 4,5% degli studenti totali. I docenti di sostegno invece sono circa 260mila e un terzo non è specializzato.
Per un docente specializzato sul sostegno quali sono i problemi maggiori?
Precarietà, delega totale ed esclusiva, percezione di una professionalità di serie B e solitudine segnano il lavoro di questi insegnanti. I temi della disabilità richiedono invece saperi, culture, metodologie e logiche collegiali. La formazione specifica del docente di sostegno dovrebbe puntare a costruire competenze per affrontare alcune complessità, che esulano da interventi didattico-educativi ordinari, legate a tutti gli studenti, non solo quelli con disabilità.
Quali sono i messaggi principali che vuole veicolare con il suo ultimo libro?
Il testo si rivolge a tutti gli insegnanti, curricolari e di sostegno, propone metodi e strumenti pratico-teorici per affrontare la disabilità nella quotidianità. Attraverso chiavi di lettura pedagogiche, riflessioni e proposte didattiche concrete, il testo sostiene una professionalità docente capace di confrontarsi con lo specifico della disabilità collocandola all’interno di una responsabilità educativa condivisa: è un tema umano e sociale che riguarda la didattica, le relazioni e la crescita di tutti gli studenti.
Ha fatto discutere l’eventualità di non aggiornare più ogni anno il Piano Educativo Individualizzato (PEI) come ha proposto Valditara. Cosa ne pensa?
Il PEI va aggiornato annualmente perché è uno strumento pedagogico, impostato sull’osservazione e la relazione, deve avere come finalità di far raggiungere agli studenti il loro “potenziale massimo”. Si basa sull’idea che lo studente sia un soggetto in divenire, con la possibilità di crescere e imparare. Certe affermazioni avvalorano l’impostazione burocratica del PEI, già molto diffusa. Soprattutto, veicolano l’idea che gli studenti siano statici, incastonati nelle loro menomazioni, senza sviluppo possibile, evoluzioni, cambiamenti. Siamo resta ancorati a una rappresentazione della disabilità fondata su soggetti sminuiti e incapaci.
Perché la scuola, sommersa dalle emergenze, deve occuparsi della disabilità?
La disabilità è un tema umano e sociale di grande rilevanza, non solo per il numero di persone che coinvolge, ma anche perché interroga profondamente la nostra idea di diversità, uguaglianza e partecipazione. Coinvolge milioni di persone solo nel nostro paese. Ancora oggi paure, pietismo e disparità rischiano di trasformare la differenza in stigma ed esclusione. La scuola è uno spazio decisivo per cambiare questa prospettiva: educare alla disabilità significa costruire relazioni, garantire a ciascuno possibilità di apprendimento e promuovere una partecipazione autentica. Affrontare la disabilità a scuola significa non solo includere, ma contribuire a costruire una società più consapevole ed equa.