È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo scorso 28 novembre uno studente della Cairo University è rimasto ucciso colpito da tre pallini da caccia sparati dalla polizia durante gli scontri con i manifestanti (i funerali nella foto, ndr).  

A contribuire alla repressione c’è anche la nuova legge denominata “anti proteste” che ha ristretto notevolmente la libertà di manifestare. Inoltre, la repressione delle forze di sicurezza contro gli studenti ha ampliato il numero dei manifestanti grazie alla partecipazione dei giovani appartenenti ai movimenti rivoluzionari. “Dopo l’irruzione degli studenti nella presidenza di Al Azhar il mese scorso le forze di sicurezza hanno cominciato a sgomberare le proteste”, spiega al ilfattoquotidiano.it Wessam Atta, membro del partito liberale El-Dostour e studente dell’università di Al Azhar. “Da allora anche diversi attivisti rivoluzionari hanno deciso di scendere in piazza assieme agli studenti dei Fratelli Musulmani contro le azioni della polizia”.

Diverse centinaia di studenti, di età compresa tra i 18 e i 22 anni, sono stati arrestati negli scontri che da fine novembre vanno avanti quasi quotidianamente. “Solo mercoledì scorso sono state arrestati 134 studenti della mia università – continua Atta – 18 sono ancora in custodia cautelare e sono sotto inchiesta per aver violato la legge anti proteste”. Le università sono da sempre in Egitto un luogo di attivismo politico, lo stesso Hamdeen Sabbahi, il leader della Corrente Popolare Egiziana arrivato terzo alle scorse elezioni presidenziali, iniziò la sua carriera politica negli anni ’70 come leader dei movimenti universitari contro l’allora presidente Sadat.

Anche per i Fratelli Musulmani i campus sono storicamente un luogo di reclutamento dei nuovi membri. Intanto il governo continua a puntare il dito sul movimento islamista. In una dichiarazione rilasciata lo scorso novembre il Ministero degli Interni definiva le proteste come parte di “un piano contro il governo portato avanti dai membri egiziani dell’organizzazione internazionale della fratellanza”. Ma la composizione dei manifestanti, nonostante gli slogan unitari contro il ministero degli Interni e il governo a interim, resta molto variegata. Mentre i supporter dei Fratelli Musulmani, che hanno dato il via alla proteste, chiedono il ritorno del presidente destituito Morsi e si concentrano prevalentemente nel campus della massima autorità sunnita di Al Azhar, nel resto delle università i manifestanti fanno parte della cosiddetta “terza piazza”, il gruppo, sempre più esiguo, che continua a portare avanti le richieste delle rivoluzione.

Dall’altro lato le università cercano di tenere sotto controllo la sicurezza sospendendo gli studenti che prendono parte alle proteste mentre la Cairo University, uno dei campi di protesta più duri delle ultime settimane, ha deciso di sospendere le attività della maggior parte delle sue facoltà. “Il governo sta tentando di strumentalizzare le proteste e di minimizzare la violenta repressione che sta portando avanti contro di noi”, dice Ahmed Khallaf, attivista e studente di Scienze Politiche. “I giornali vicini al governo hanno montato una campagna mediatica che paragona l’azione delle forze di sicurezza egiziane a quella della polizia degli stati europei contro le manifestazioni studentesche.”. Nonostante le divisioni tra studenti filo islamisti e rivoluzionari le proteste nelle università egiziane rappresentano per ora il terreno più fertile di dissenso contro il governo guidato dall’esercito. Un fenomeno in controtendenza visto l’enorme supporto popolare ai militari cresciuto negli ultimi mesi.