Lascia senza parole l’intervista rilasciata dall’On. Ribaudo (Pd) a DDay.it a proposito dell’emendamento da esso proposto per “ratificare” ex post l’operato del ministro dei Beni e delle Attività culturali Massimo Bray a proposito del c.d. “aggiornamento” delle tariffe e dei parametri per l’esazione del c.d. equo compenso da copia privata ovvero l’importo che lo Stato impone di pagare a produttori ed importatori di supporti e dispositivi idonei alla registrazione di qualsivoglia genere di contenuto [n.d.r. smartphones, tablet, PC, cd, DVD, hard disk ecc.].

Stiamo parlando di una misura che, dal prossimo anno, costerà ai consumatori italiani di dispositivi e supporti tecnologici oltre 100 milioni di euro in più rispetto a quanto pagato sino ad oggi.

A lasciare senza parole, nell’intervista del parlamentare del Partito democratico è, innanzitutto, il fatto che quest’ultimo, primo firmatario di un emendamento tanto importante, dimostri di non conoscerne affatto il contenuto, snocciolando una lunga serie di strafalcioni ed inesattezze.

Legittimo, quindi, il dubbio che qualcuno abbia armato la penna dell’On. Ribaudo, chiedendogli una firma in calce ad un emendamento senza neppure riuscire a spiegargliene bene il contenuto.

Ma non basta.

Nel corso dell’intervista, infatti, il firmatario dell’emendamento che dovrebbe legittimare il ministro Bray ad aumentare il balzello per copia privata, infatti, invitato a spiegare la scelta di introdurre una norma del genere nella Legge di stabilità, risponde letteralmente così: “C’è bisogno di risorse da investire sulla cultura, soprattutto sui giovani e sui nuovi talenti. Risorse che evidentemente lo Stato in questo momento non saprebbe dove trovare. Noi abbiamo questo settore [n.d.r. l’elettronica di consumo e la telefonia] che è in espansione…”.

Un pugno di parole che un bravo pubblico ministero non esiterebbe neppure un istante a ritenere un’autentica confessione.

L’equo compenso per copia privata che Siae trova sbagliato ed offensivo venga definito una tassa, un balzello o una gabella è, secondo il primo firmatario della legge che vorrebbe attribuire ex post al ministro dei Beni culturali il potere di raddoppiarne la misura, esattamente una tassa ovvero una misura che serve allo Stato a raccogliere risorse da investire nella cultura.

Non è, d’altra parte, la prima volta che la tesi cara alla Siae viene rumorosamente smentita e che l’equo compenso per copia privata viene chiamato con il suo vero nome.

L’ultima volta, a farlo, erano stati addirittura i giudici amministrativi del Tar del Lazio che, nel respingere i ricorsi di quanti avevano impugnato l’attuale disciplina della materia aveva, però, chiarito che “…non può che giungersi alla conclusione che il pagamento dell’equo compenso per copia privata, pur avendo una chiara funzione sinallagmatica e indennitaria dell’utilizzo (quanto meno potenziale) di opere tutelate dal diritto di autore, deve farsi rientrare nel novero delle prestazioni imposte, giacché la determinazione sia dell’an che del quantum è effettuata in via autoritativa e non vi è alcuna possibilità per i soggetti obbligati di sottrarsi al pagamento di tale prestazione fruendo di altre alternative. In questo senso, dunque, il profilo della imposizione è – per usare le parole della Corte – “prevalente”.

Anche secondo i giudici, dunque, gli oltre duecento milioni di euro che il Ministero dei beni e delle attività culturali vorrebbe venissero versati, a partire dal prossimo anno, da produttori, distributori e consumatori di supporti e dispositivi elettronici idonei alla registrazione – a prescindere dal loro effettivo uso per la copia privata di opere protette da diritto d’autore – è una prestazione patrimoniale imposta ovvero un membro, a pieno titolo, della grande famiglia dei tributi e delle imposte.

La verità, naturalmente, sta nel mezzo ed occorre scriverlo con grande onestà intellettuale.

In linea di principio, infatti, l’equo compenso per copia privata non ha niente a vedere con gabelle e balzelli ma è, tecnicamente, un indennizzo dovuto ai titolari dei diritti a fronte della loro “forzosa” rinuncia all’esercizio di tali diritti ma l’equo compenso da copia privata all’italiana nel quale non esiste alcun rapporto tra il pregiudizio sofferto dall’autore e l’esazione del compenso, al contrario, diventa un’autentica tassa.

Ma la confessione dell’Onorevole Ribaudo ha un valore ben più rilevante che segnare un punto contro la tesi della Siae.

Se, infatti, l’equo compenso – almeno nella sua declinazione italiana – è una prestazione patrimoniale imposta, il principio costituzionale della riserva di legge in materia tributaria, impedisce di introdurre nuove imposte attraverso un semplice provvedimento amministrativo come, per contro, il ministro Bray si sta avviando a fare.

Ecco allora spiegata, anzi confessata, la vera ragione per la quale qualcuno ha chiesto all’On. Ribaudo, di firmare l’emendamento che delega al ministro Bray un compito che, a ben vedere, spetterebbe al Parlamento: in assenza dell’emendamento Ribaudo, infatti, il Decreto Bray sull’equo compenso non passerebbe al vaglio dei giudici amministrativi e buona parte dei duecento milioni di euro che Siae vorrebbe fossero dragati dal mercato dei dispositivi e dei supporti elettronici andrebbe in fumo.

Il parlamentare, senza probabilmente rendersene conto, ha dunque appena confessato il carattere “scellerato” della propria iniziativa: legittimare ciò che legittimo non è.