Anche la Lega nel fine settimana ha avuto le sue primarie per scegliere il segretario. Ma i numeri sono più da condominio che da partito: hanno votato poco più di 10 mila persone. All’un per cento delle elezioni alla Camera, giusto per fare una proporzione, equivalgono 450 mila voti. In pratica il Carroccio è già morto e sepolto. A Salvini è stato affidato il compito di schiantarlo definitivamente. Già alle prossime europee potrebbe scomparire da Bruxelles.

Ridotto al 4% alle scorse politiche, dopo le inchieste sulle spese allegre della famiglia Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito, sotto la guida annoiata e stanca di Maroni il Carroccio ha perso ulteriormente fascino agli occhi ormai disincantati di quanti avevano creduto in un soggetto politico capace di porre nell’agenda dei Palazzi romani la questione settentrionale. Abbandonato dal tessuto imprenditoriale e professionale della fascia Padana, la Lega conserva solo un gruppo di fedelissimi della prima ora, quelli che amano Pontida e la propria identità territoriale, proprio quel “gruppo” che invece Maroni ha snobbato.

Poi ci sono i voti dell’apparato del partito. Amici e parenti, nulla di più. La missione iniziale si è persa e la fiducia da parte dei cittadini del Nord è andata persa. Che potevano pure accettare e digerire il dito medio di Bossi o le sparate di Calderoli sugli Imam, ma a fronte di un tornaconto. Che fosse il federalismo o più tasse da conservare sul territorio, chi votava la Lega vedeva in quel partito un’opportunità per le loro aziende, per lo più piccole e piccolissime. Le prime sezioni del Carroccio aperte tra Veneto e Lombardia erano ospitate in capannoni e aziende da imprenditori che volevano ribellarsi allo “Stato centralista” che si “mangia il nostro lavoro”. Qualcuno aggiungeva “per regalarlo ai terroni”. Solo qualcuno, non tutti. Ma la speranza è stata tradita. E molti oggi sorridono sull’occasione persa e sfottono i leghisti: “Roma veduta fede perduta”, dicono del Carroccio di Maroni e di quanti partiti verso la Capitale per far valere le ragioni del Nord si sono dimenticati scopi e obiettivi della loro permanenza nel Palazzo. Un abisso rispetto al “Roma ladrona” degli esordi di Bossi.

Nel fallimento generalizzato, dunque, a Salvini è affidato il compito disperato di raggiungere un 4%. L’alternativa, realistica, è appunto schiantarsi. Ma lui ci prova, bisogna dargliene atto. E così non passa giorno che il neosegretario della Lega non spari contro l’euro, gli immigrati; non invochi più tasse e maggiore difesa del lavoro e via dicendo. Come spiegò Giovanni Sartori i partiti che sanno di non vincere possono promettere anche la luna, tanto non si troveranno mai nella condizione di dover rispettare le promesse fatte. Salvini lo sa bene. Ma magari qualche boccalone lo trovano ancora.

In tutto questo Maroni appare come Schettino. Ha lasciato la nave che stava affondando a Salvini e lui ha già abbordato una scialuppa di passaggio, quella di Alfano.