Riceviamo e pubblichiamo dal presidente dell’Inpgi, Andrea Camporese, la seguente richiesta di ‘rettifica’ all’articolo “Previdenza, presidente cassa giornalisti incassa sempre di più. L’ente sempre meno” di Gaia Scacciavillani, pubblicato il primo dicembre dalla nostra testata. Sotto la lettera di Camporese, inoltre, la controreplica di Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it.

Il vizietto del Fatto Quotidiano
Il rispetto dei fatti
Una risposta ai ripetuti attacchi, gratuiti?

Il Fatto Quotidiano torna ad attaccarmi personalmente, nella mia dignità e moralità, e io personalmente rispondo. Secondo questo organo di stampa sono uno che ruba lo stipendio, di più, se lo estende a piacimento. Vediamo dove stanno i fatti, i commenti li lasciamo al lettore.

Se fossi rimasto al mio posto di lavoro in Rai guadagnerei circa 130mila euro lordi per un costo azienda di circa 205mila euro. Il mio emolumento all’Inpgi (contratto di collaborazione coordinata e continuativa) è di 250mila euro. Poi c’è il ristoro, parziale, del danno ricevuto essendo in aspettativa non retribuita, che riguarda i costi che avrebbe sostenuto l’editore per mio conto, in base al contratto di lavoro applicato anche ai giornalisti del Fatto. Quest’ultimo ammonta a circa 60 mila euro.

Ma qui scatta il primo colpo di scena. Sono diventato presidente dell’Inpgi a 39 anni, me ne scuso. Il blocco dello stipendio comporta un danno previdenziale enorme a causa del mancato aumento di contribuzione derivante dagli scatti automatici contrattuali che, moltiplicato per i 26 anni che mancavano al raggiungimento dell’età pensionabile, provocherà una sostanziale diminuzione automatica dell’assegno pensionistico che si ripercuoterà fino alla fine dei miei giorni e, spero, fino alla fine di quelli di mia moglie beneficiaria della reversibilità che vivrà sicuramente 150 anni. Quanto vale tutto questo? Qui scatta lo studio attuariale, materia sconosciuta al fine estensore dell’articolo. Le vengo in aiuto: oltre 350 mila euro, almeno, non sapendo la data della mia morte. Quindi, per chi sa far di conto, la mia attuale indennità, diminuita del danno non ristorato, porta ad uno stipendio inferiore a quello che avrei percepito rimanendo al lavoro. Complimenti, ma di quale “tesoretto” vai cianciando? Ma come si fa a paragonare tutto questo, e quello che segue, al costo (sbagliato) di un giornalista medio? Ma lo sai, Fatto, quando guadagna mediamente un vice direttore di testata? Più del Presidente dell’Inpgi. Va bene? E’ un paragone corretto? Ma il gioco è quello “siamo tutti uguali” in barba alle responsabilità, al merito, al rischio, al tempo dedicato e alle libere elezioni che mi hanno portato ad essere riconfermato all’unanimità, caso unico in cento anni di storia? Dai, Fatto, per cortesia.

Ma non basta. Il Fatto quotidiano si dimentica di una serie di fatti.

1- Il mio stipendio è stato spiegato e votato all’unanimità dal Consiglio Generale dell’Ente e dal Cda, non me lo sono “aumentato”. Evidentemente un gruppo di dissennati, a dir poco, secondo la giustizia del Fatto.

2- Il mio stipendio è stato quantificato in base ad una circolare ministeriale che fissa l’emolumento al livello superiore del 20 per cento rispetto a quello del Direttore Generale. Noi ci siamo fermati al 10.

3- Ho l’onore di esercitare a titolo totalmente gratuito la funzione di Presidente dell’Associazione degli Enti Previdenziali Privati (Adepp) che raccoglie due milioni di professionisti e 60 miliardi di investimenti. Esercito, sempre a titolo totalmente gratuito, la funzione di vice presidente dell’Associazione Europea degli Enti Privatizzati. Tutto questo comporta lavoro e responsabilità.

4- Le attribuzioni statutarie esercitate sono di una ampiezza impressionante, di fatto più di un amministratore delegato di azienda, firmo migliaia di atti l’anno e me ne assumo la responsabilità.

5- Ho la responsabilità, tra le tante, di governare, insieme al cda, quasi tre miliardi di euro. Si ricorda il Fatto quale è stato il rendimento mobiliare del patrimonio lo scorso anno? No, lo informo: oltre il 10 per cento netto, oltre 80 milioni di euro di plusvalenze. Lo sa Il Fatto quanto guadagna un manager che gestisce ciò che ho appena descritto? Telefoni ai colleghi del Sole 24 ore, gli forniranno una semplice tabella dalla quale emergeranno cifre triple o quadruple.

Se poi, ma non credo, qualcuno si fosse innervosito a causa di una ispezione condotta dall’Inpgi sulla regolarità previdenziale del Fatto, diversamente conosciuta come controllo di legittimità, segnalo che si tratta di una delle centinaia esercitate in forza di legge e di amore delle regole. Se qualcun altro si fosse adombrato perché ho proposto una riduzione della numerosità degli organi statutari, già tra i più compressi del sistema, d’accordo con la stragrande maggioranza del Consiglio, se ne faccia una ragione. Quanto alla Corte dei Conti, richiamata nell’articolo del Fatto, segalo che nella stessa relazione la Corte sottolinea in più casi la buona gestione, l’importanza della riforma adottata e molto altro. Perché non ricordare gli incentivi alle stabilizzazioni a tempo indeterminato concessi, nessuno nel Paese ha avuto questo coraggio, i positivi accordi raggiunti con le parti sociali, la generazione di un fondo immobiliare totalmente detenuto che porterà a risparmiare decine di milioni di euro e molto altro. Basta leggere i comunicati, magari riportali, magari sentire la fonte come si faceva nei gloriosi vecchi tempi.

Tra l’altro sarei “noto alle cronache per l’incidente di Terna”. Ti ringrazio Fatto Quotidiano, per l’occasione che mi dai di chiarire ciò che è molto chiaro a moltissimi. L’incidente è una designazione da consigliere indipendente da parte del Mef, alla quale sono seguite le mie dimissioni venti giorni dopo. Designazione legittima, critiche legittime, dimissioni molto rare in Italia. Emolumento non percepito 30 mila euro annui lordi che, pubblicamente prima dell’assunzione dell’incarico, avevo già destinato a beneficienza. L’incidente in questa vicenda, caro fatto Quotidiano, sta a casa tua. La posizione di mia difesa e di richiesta di non rassegnare le dimissioni assunta pubblicamente e unanimemente dal Cda dell’Inpgi mai riportata nelle tue cronache. La mia lettera di dimissioni che spiegava le motivazioni della scelta non certo incidentali, mai pubblicata e ridotta a numero tre righe. Un articolo del Fatto che riduceva 40 minuti di telefonata con l’estensore Malaguti a due righe. Almeno cinque colleghi contatti telefonicamente dallo stesso giornalista e mai citati nel pezzo. Diversi Presidenti di altri Enti a favore mai citati. Invece due legittimi contrari osannati. E’ questo il criterio deontologico di chi mi accusa di rubare lo stipendio? No, caro Fatto quotidiano, così non va. Continua pure a non pubblicare il mio punto di vista, cercherò di diffonderlo in altri modi. Io sono una persona perbene che dedica la vita agli altri, che per dieci anni ha fatto il precario e che non accetta fango. Chi lancia fango si sporca e sporca una Istituzione che ho l’onore di presiedere, che esiste da oltre un secolo e che continuerà ad esistere nonostante questo nauseante vizietto.

Andrea Camporese
Presidente Inpgi 

 

La replica del direttore Peter Gomez

Caro Camporese,

sono sinceramente stupito dalla tua lettera e dal suo tono. La testata che dirigo, ilfattoquotidiano.it, ha pubblicato una notizia, non un attacco personale. E non ti ha accusato di furti. Sulla base di documenti ufficiali e incontestabili il mio web giornale ha invece raccontato come la Cassa dei giornalisti da te presieduta nel 2008 spendesse per i tuoi emolumenti 202mila euro, diventati complessivamente 310mila nel 2012. Si tratta di un aumento del 51,4 per cento nel giro di 4 anni, il 107,43 in più rispetto a quanto guadagnava il tuo predecessore. Nel tuo scritto non contesti nessuna cifra. Spieghi invece che l’aumento deciso dal Cda da te presieduto è stato finalizzato a garantirti un’equa pensione. Sostieni che l’ammontare corrisponde al normale stipendio di un vicedirettore di testata e aggiungi che se tu fossi ancora in Rai, l’azienda in cui tornerai tra tre anni al termine del tuo secondo mandato, guadagneresti oggi 130mila euro lordi, corrispondenti a un costo aziendale non di 205mila euro, come scrivi, ma di circa 180mila.

Dal mio punto di vista però, al di là della disputa su questa ultima cifra, qualcosa non torna.

1) La tua è una carica elettiva a cui si concorre per spirito di servizio. Esattamente come dovrebbero fare i nostri parlamentari, dei quali ci lamentiamo tanto. Se davvero pensavi di avere un danno economico o professionale diventando numero uno dell’Inpgi potevi evitare di candidarti. Oppure, anche per dare un bel segnale ai tanti colleghi disoccupati, evitare un così grande aumento votato dal Cda da te presieduto.

2) Nelle molte testate in cui ho lavorato, per i più disparati editori, ho avuto la sfortuna di incontrare ben pochi vice-direttori che guadagnassero tanto. Io stesso come direttore di guadagno molto meno di 200mila euro l’anno lordi. Ma non mi lamento né del mio buono stipendio, né delle molte responsabilità previste dalla legge a cui faccio fronte. Se non le avessi volute non avrei accettato l’incarico.

3) Se tu fossi rimasto in Rai non capisco perché avresti per forza dovuto ottenere la qualifica di vice-direttore, considerando pure il fatto che buona parte della tua carriera si è fin qui caratterizzata in una meritoria attività da sindacalista.

4) Il dato sugli stipendi medi è quello pubblicato il 5 novembre scorso dall’ufficio studi Lsd che ha elaborato le cifre del’Inpgi. 

Al di là delle sempre opinabili considerazioni, resta comunque un dato. Noi abbiamo semplicemente fatto della cronaca. Esattamente come era accaduto nel febbraio del 2012 quando, con Vittorio Malagutti, Il Fatto Quotidiano in edizione cartacea, testata diversa dalla mia, si era occupato degli investimenti in fondi off shore dell’Inpgi e di altri enti previdenziali e come era accaduto sempre su Il Fatto nel maggio del 2011 quando era stata raccontata la tua nomina nel Cda di Terna da parte del ministero delle Finanze. Una nomina da considerare non illegale, ma fortemente inopportuna visto che il ministero vigila pure sull’operato della Cassa. Il fatto che il Cda dell’Inpgi ti abbia poi consigliato di non dimetterti a mio avviso segnala solo come la cultura liberale, in materia di potenziali conflitti di interesse, in questo Paese abbia molta strada da fare.

Una cosa però mi preme scrivertela. E’ molto antipatico e particolarmente offensivo il riferimento contenuto nella tua lettera all’ispezione Inpgi subita dalla mia testata 14 mesi fa, nell’estate del 2012, e conclusa a dicembre. E sopratutto non fa onore, a mio avviso, né alla tua figura di giornalista, né all’ente che presiedi. Quando nell’estate dello scorso anno abbiamo subito l’ispezione abbiamo ritenuto, proprio come tu scrivi, che fosse doverosa al pari di tutte le altre per evitare l’odiosa pratica degli abusivi in redazione. Per questo io, come tutti i colleghi, de ilfattoquotidiano.it abbiamo fornito agli ispettori la massima collaborazione. I risultati, come sai, sono stati particolarmente positivi: qui di abusivi non ce ne sono, e il contenzioso aperto tra ilfattoquotidiano.it e il tuo ente previdenziale vale meno di 30mila euro.

Perché allora lanci un messaggio del genere? Cosa devo pensare da oggi in poi? Che all’Inpgi c’è chi considera normale che si utilizzi la propria professione per risolvere questioni personali? Vedi qui a ilfattoquotidiano.it, non succede. Noi non facciamo giornalismo per ritorsione. Abbiamo un solo ‘vizietto’: quando abbiamo una notizia – in questo caso la vicenda non nota al pubblico e alla stragrande maggioranza dei colleghi del tuo aumento di stipendio – la pubblichiamo senza chiederci chi danneggi o favorisca. E lo facciamo anche se la notizia riguarda l’Inpgi, al contrario di altre testate che dell’argomento preferiscono non occuparsi. Insomma svolgiamo con serenità il nostro lavoro. Voglio pensare e penso che tu dall’alto della tua carica elettiva, all’Inpgi faccia altrettanto. 

Peter Gomez
direttore ilfattoquotidiano.it