Vista la sua ricchezza costruita con la gestione dei risparmi postali degli italiani, la Cassa Depositi e Prestiti è sempre più strategica per il futuro del Paese. Un treno che la politica non vuole assolutamente perdere. E per non correre rischi ha stretto la presa con tre consiglieri di amministrazione nominati direttamente dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Fabrizio Saccomanni. Nomi noti alle cronache nazionali come l’ex segretario del Pd, Piero Fassino, oggi sindaco di Torino e presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci); Massimo Garavaglia, assessore all’economia, credito e semplificazione della Regione Lombardia in quota Lega Nord  e Antonio Saitta, il presidente piddino della provincia di Torino, nonché numero uno dell’Unione Province noto alle cronache per la sua battaglia contro il taglio degli enti.

Tre saggi, come nella tradizione inaugurata dal governo di Mario Monti e implementata dal suo successore Enrico Letta, che di recente ha anche incaricato tre nuovi esperti tecnici per l’Agenda digitale. A Fassino, Garavaglia e Saitta andrà il compito di “integrare il consiglio di amministrazione della Cdp per le decisioni riguardanti la gestione separata, rispettivamente in rappresentanza dei Comuni, delle Regioni e delle Province”. In pratica, come si legge sul sito della Cassa, i tre politici saranno chiamati ad intervenire sui temi di “finanziamento delle regioni, degli enti locali, degli enti pubblici e degli organismi di diritto pubblico, ovvero della concessione di finanziamenti, destinati a operazioni di interesse pubblico “promosse” dai soggetti precedentemente menzionati, delle operazioni di interesse pubblico per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese (quando le operazioni sono assistite da garanzia o assicurazione della Sace) e delle operazioni effettuate a favore delle pmi per finalità di sostegno dell’economia”. E infine anche sulla “ fornitura di servizi di consulenza a soggetti interni alla Pubblica Amministrazione”.

Un ampio raggio d’azione che lascia fuori solo “l’attività di finanziamento delle infrastrutture destinate alla fornitura di servizi pubblici e le relative attività di consulenza, studio e ricerca” e che però apre larghi margini di manovra per chi come il sindaco di Torino, che la scorsa estate ha fatto molto parlare di sè per la vacanza in Grecia in compagnia del banchiere di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli a bordo dello yacht di proprietà di Giorgio Fantoni e immatricolato off-shore, si trovi a dover gestire un Comune in pieno dissesto con un buco da 3,5 miliardi in una Regione gestita dal discusso governatore della Lega Nord, Roberto Cota e con i conti che non lasciano ben sperare. Una difficoltà, quella del Piemonte, che vede fianco a fianco Lega Nord e Partito Democratico, proprio come nel consiglio della Cassa Depositi e Prestiti – che oltre al ministero del Tesoro fa capo a fondazioni bancarie di Peso come la Cariplo di Giuseppe Guzzetti, azionista forte di Intesa Sanpaolo – in un momento in cui si giocano partite cruciali per il Paese come la digitalizzazione del Paese.

Finora il presidente della Cdp, Franco Bassanini – chiamato anche al capezzale di Alitalia al cui salvataggio con i soldi della Cassa, si è fermamente opposto – si è detto contrario ad entrare nel capitale di Telecom Italia, società il cui controllo a gennaio 2014 passerà agli spagnoli di Telefonica per effetto dell’uscita di Intesa, Generali e Mediobanca dalla holding Telco. I negoziati con Telecom, come ha ribadito Bassanini ancora lunedì 25 novembre, sono ancora aperti, ma “congelati”. In ogni caso, “noi abbiamo già investito in Metroweb e abbiamo un programma di investimenti (nella rete) in alcune città – ha aggiunto – Certo non si può pensare che Metroweb risolva da solo il problema della rete”. Una questione su cui dovranno esprimersi anche i tre esperti (Francesco Caio, commissario per l’Agenda digitale, il professore Gerard Pogorel, e il consulente Scott Marcus) entro la fine dell’anno.

Il tema è ben noto a Fassino che, in quanto presidente dell’Anci, sta assistendo ad un crescente interesse sul tema della rete telefonica a Firenze, città guidata dal rottamatore Matteo Renzi, il quale di recente ha ribadito la necessità di separare l’infrastruttura da Telecom. Del resto è proprio dal capoluogo toscano che l’Anci ha lanciato una proposta per la realizzazione in tempi stretti di un catasto delle reti e per la nascita di una società pubblica della rete telefonica che “sviluppi infrastrutture e le metta poi a disposizione, su un piano di assoluta parità di condizioni d’accesso, agli operatori privati dei servizi”. Ma senza il network di Telecom Italia in rame.

Una proposta che evidentemente non può che piacere poco alle banche creditrici di Telecom, gravata da 28 miliardi di debiti. Tra queste c’è anche Intesa SanPaolo, di cui la torinese Compagnia di Sanpaolo, una delle maggiori fondazioni bancarie d’Europa, è il primo azionista con il 9,88% del capitale. Un tema caldo quindi, quello della rete. Anche per via dei miliardi di investimenti che dovranno essere effettuati (15 secondo il ministero dello Sviluppo economico) nei prossimi anni per digitalizzare il Paese.