Salvatore Natoli, ordinario di filosofia teoretica all’università Bicocca di Milano, ha sviluppato il suo pensiero attorno ad un concetto di etica che, riprendendo elementi del pensiero greco riesca a fondare una felicità terrena, nella consapevolezza dei limiti dell’uomo e del suo essere necessariamente un ente finito in contrapposizione con la tradizione cristiana. Sempre in dialogo con il cristianesimo ha anche approfondito in molti saggi il tema del dolore. 

La corruzione è un cancro italiano e le inchieste giudiziarie sembra non siano servite a nulla. Da dove nasce questo malcostume?
La corruzione non è un fatto italiano perché se consideriamo gli scandali che hanno caratterizzano altre nazioni come Francia e Stati Uniti, ci rendiamo conto che non è un’esclusiva italiana. Dire che la corruzione è specificatamente italiana è un errore. Il discorso è diverso: quando il bubbone emerge, quelle società non sono indulgenti. In realtà anche gli italiani non lo sono, non sono indulgenti ma nella forma del ribellismo politico per cui abbiamo un’antropologia caratterizzata da tre sensibilità e questo vale sia per la corruzione che per il sistema politico. C’è un’area fondamentalmente adattativa che è il grosso della società italiana che è tendenzialmente di destra, e non faccio riferimento allo schieramento politico ma a meccanismi tolleranti e adattativi. La destra italiana non ha logiche e prospettive di rinnovamento, si arrangia nello status quo. Una situazione di questo genere non ha effetti dinamici e in qualsiasi variazione vediamo spostamenti adattativi, cioè una logica di sopravvivenza sia nelle condotte individuali che nei rapporti sociali. C’è un’area della popolazione dove le dinamiche adattative prevalgono su quelle innovative. Poi c’è un’Italia fondamentalmente indignata, ribelle ma sterilmente indignata. C’è un’esplosione di rabbia da Masaniello in avanti che ha caratteristiche eruttive ma non è nelle condizioni di produrre alternative di comportamento. Per cui dinanzi alla corruzione ci sono coloro che si aggregano, vogliono entrare nel giro, nella spartizione della torta e ci sono i ribelli. Poi c’è un’Italia civile che, però, è minoritaria. Ha la forza sufficiente per tutelare l’etica pubblica ma non per vincere. Quindi, sommando l’area di destra conservatrice e l’area dei ribelli vengono fuori le larghe intese perché l’Italia civile non sfonda. C’è una sorta di palude che assorbe tutto. Il ribellismo dopo un po’ si spegne, in Trentino Grillo è già arrivato al 5% e non si può immaginare che l’eccitazione duri sine die. I ribelli tendono poi a disgregarsi o a rientrare: nella destra, per esempio, c’è un potenziale deluso che passa al ribellismo per cui abbiamo visto persone di Forza Italia o della Lega votare Grillo. 

Insomma, non c’è la coscienza del bene comune…
L’Italia non ha mai avuto il senso dello Stato. Noi abbiamo bypassato la modernità, ci siamo trovati dentro quando era alla fine, cioè alla fine dell’Ottocento. Certo anche i tedeschi erano divisi ma la loro unità l’ha fatta la Prussia cioè i tre imperatori del Settecento, Caterina, Maria Teresa e Federico. Una cosa è un’unità fatta dalla Prussia che aggrega la Baviera, altra l’unità italiana fatta da piccoli staterelli. Non c’è mai stata un’idea di stato e quindi la nozione di etica pubblica non esiste. In Italia non c’è il profilo del cittadino perché lo stato è vissuto o come nemico o come mucca da spremere.

L’Italia è anche il paese in cui la Chiesa cattolica conta più che altrove. C’è qualche responsabilità della Chiesa per questa mancanza di senso dell’etica pubblica?
Anche se la dimensione della chiesa è il mondo, è innegabile che è stata uno dei fattori che hanno rallentato il costituirsi dell’Italia come stato. Era uno dei potentati in gioco per cui da un lato faceva la chiesa universale dall’altro i giochi italiani come gli altri principi e ciò è emerso chiaramente durante il Risorgimento. In questo senso ha frenato lo sviluppo di una società civile indipendente, ha cavalcato le paure. Oltre a questo, però, ha fatto molto altro, basti pensare all’organizzazione delle attività caritatevoli e di servizio. Un’opera meritevole ma sempre double-face: da un lato servizio e dall’altro carità pelosa di fortissime ambiguità. Pensiamo alle opere di beneficenza che nascono alla fine dell’Ottocento: la chiesa viene incontro alle povertà create dai nuovi assetti urbani nella prima fase industriale. Si accorge di queste emergenze e vuole essere presente mettendo in atto un’attività di supplenza ma anche di invasione. Le associazioni caritatevoli sono diventate delle roccaforti che la chiesa vuole mantenere per sé coniugandole con lo stato che le deve sostenere con la giustificazione che, anche se istituzioni private fanno servizio pubblico. 

È esagerato dire che viviamo in un paese senza valori? Si può dire che siamo al nichilismo dei valori?
Una società della sopravvivenza non può avere dei valori perché l’obiettivo è sopravvivere. Chi ti dà la possibilità di sbarcare il lunario diventa il tuo signore e padrone. Nelle difficoltà non mi preoccupo di essere titolare di un diritto perché so che raramente sarò soddisfatto per cui cerco qualcuno nell’istituzione che mi apra la strada e mi crei una corsia preferenziale. Il termine nichilismo è troppo nobile perché presuppone il crollo dei valori. Credo però che accanto a tutto questo vi siano dei valori che sono il bene e il tragico dell’Italia. Quali sono? Nella necessità, rivolgiti a chi ti vuole bene. Dinanzi allo stato che non ti difende o a cui non credi difenditi tu. Pensiamo all’economia: alto debito pubblico forte risparmio privato. Nella crisi non è scoppiata la rivoluzione perché le famiglie le scorte che avevano le hanno utilizzate e hanno aiutato i figli. C’è un aspetto di solidarietà di base che nelle crisi ha sempre sostenuto l’Italia ma questo valore del familiare diventa un disvalore quando è un ostacolo per il bene collettivo. I valori gli italiani li hanno ma a tempo breve perché non hanno idea di prospettiva perché non hanno idea di stato. Non a caso li vediamo quando ci sono i terremoti o le raccolte di beneficenza. Nell’emergenza noi ci siamo ma nell’ordinario ognuno fa quello che gli pare.

Lei ha fatto importanti studi sul dolore e sul rapporto fede e tecnica. Non crede che nel nostro paese vi sia un debito di laicità?
Certamente c’è una dimensione invasiva della chiesa. Non perché non abbia diritto a sostenere le sue tesi e anche a convincere la gente della bontà di queste sue tesi. Una società è democratica se garantisce questo diritto. Dove sta l’errore: nel fatto che la chiesa ha preteso che alcune sue tesi fossero sposate dallo stato e imposte a coloro che credenti non sono. Questa è un’invasione perché non puoi imporre ad altri una tua convinzione, anche se ci sono ragioni plausibili per dire che è giusta. Che l’aborto non sia il modo migliore per ridurre la natalità siamo tutti d’accordo ma allora perché non permetti la pillola? Ci sono due tipologie di legge: quelle sanzionatorie e imperative valide per tutti (non devi evadere le tasse) e quelle che garantiscono i diritti per tutti (hai diritto al voto). Su questioni che riguardano la vita se lo stato imponesse un principio, la Chiesa avrebbe tutte le ragioni nel dire che siamo uno stato totalitario. Nel caso dell’aborto, per esempio, lo stato non impone, permette. Per cui se una persona ritiene che la condotta suggerita dalla chiesa è buona è libero di adottarla, lo stato non ti impone l’altra. Equivoci, però, ci sono da una parte e dall’altra: la chiesa pretende che le sue convinzioni diventino legge ma il laicismo rifiuta alla chiesa il diritto di convincere. C’è da questo punto di vista un laicismo altrettanto becero e totalitario. Il ragionamento dovrebbe essere questo: se la maggior parte dei cittadini, circa l’aborto o la pillola, si convincesse che la chiesa ha ragione la legge dello stato resterebbe lo stesso, fosse pure per uno che non è d’accordo. La chiesa così sarebbe vincente nella società e Ruini ha fatto fallire il referendum perché sapeva che avrebbe perso e per cui sarebbe parso evidente che la chiesa non aveva più potere sulle scelte. Francesco ha cambiato prospettiva: sulla vita dice le stesse cose di Ruini ma non dice allo stato di sostenerlo, parla alle persone e ai fedeli dicendo che la vita bisogna concepirla così.

Ha fiducia nel futuro?
C’è questa Italia civile, questa minoranza attiva. C’è e resiste anche se conservatorismo e ribellismo la castrano. Siccome bisogna puntare le proprie carte su ciò che c’è bisogna credere in questa Italia.

Cosa pensa dei giovani?
Sono un potenziale universale sono come le cellule staminali, possono diventare tutto. Mi auguro che questa Italia civile li conquisti più ampiamente di quanto siano capaci gli altri.