Una manifestazione contro il biocidio è l’occasione per rinverdire la memoria alla ricerca dei responsabili e sollecitando risposte e bonifiche partecipate.

Il primo filone è la questione dei rifiuti solidi urbani, la Campania finisce in emergenza nel 1994. La spazzatura pretesto per governare un processo economico votandolo alla spartizione, clientela e all’affarismo degli imprenditori amici. Una dissennata gestione dei rifiuti domestici allarga le maglie dei controlli consentendo, nell’assenza di monitoraggio e verifiche, che discariche autorizzate a raccogliere pattume da cucina diventassero vuoti da riempire con scarti industriali di ogni genere che sono il vero affare, la grande mattanza.

La questione ambientale degli smaltimenti illeciti di rifiuti industriali nasce insieme alle competenze truffaldine acquisite nel settore della gestione di quelli urbani. Esempio plastico è quello di Giugliano, gestione area Resit dove si è realizzato il multistrato misto, urbani e speciali pericolosi. Quelli industriali provenienti da aziende del nord hanno realizzato il disastro ambientale per spostamento territoriale. Bonifichi il nord, ammazzi il sudE ora è arrivata anche una condanna non solo per il boss, ma anche per la gestione politica. Un tour di pattume gestito con la connivenza di poteri imprenditoriali, camorra e politica. Senza le autorizzazioni di funzionari compiacenti, assenza di controlli, assessori a libro paga, poi prescritti, il disastro sarebbe stato fortemente ridimensionato e agevolmente contrastato. In questa vicenda la camorra ha avuto un ruolo enorme. Ma al tavolo c’era l’imprenditoria affaristica, le professioni e pezzi della politica. Ci sono parole che aiutano a riannodare i fili.

Camorra talvolta diventa alibi, parola generica e vacua. Le responsabilità sono individuali. L’inventore dell’ecomafia in Campania ha un nome. Secondo la procura di Napoli è Cipriano Chianese. Avvocato, ancora risulta iscritto al foro di Santa Maria Capua Vetere, imprenditore, candidato con Forza Italia nel 1994. Per poco non fu eletto. Per raccontarlo bisogna leggere il verbale di un pentito Raffaele Ferrara, interrogatorio del febbraio 2012: “L’avvocato Chianese era l’avvocato Chianese, era una potenza, in tutti i modi”. I camorristi gli davano del lei. Chianese è imputato davanti alla Corte di Assise di Napoli per disastro ambientale e connivenze con i clan, accusato di aver “organizzato, ideato ed istigato la gestione mafiosa del ciclo rifiuti”. Lui era l’affarista in rapporti stretti con uomini dei servizi e generali dei carabinieri.

Dalle dichiarazioni di Carmine Schiavone del 1997, oggi declassificate (a proposito ce ne sono altre ancora coperte dal segreto, ma nessuno ne parla), se ne trae una conclusione. Schiavone indica in Chianese ‘il boss dei boss in quel settore’. Ma Schiavone nel 1997 quando pronunciò quel nome non scoprì nulla. L’inchiesta Adelphi aveva già chiarito il quadro. Era il 1993, 20 anni fa. C’erano molti di quelli che hanno devastato la mia terra e molti sono tornati in sella vincendo appalti e tuffandosi in politica. “Sono complessivamente 116 le ordinanze di custodia cautelare emesse, nell’ambito dell’indagine, dai magistrati della direzione distrettuale antimafia di Napoli” questo l’incipit di un lancio di agenzia del marzo 1993. C’era già tutto in quella inchiesta. La massoneria, gli intermediari, la cupola criminale. La magistratura indagò Chianese, ma fu assolto anche se il contributo causale reso al traffico illecito di rifiuti “fosse stato pacificamente ammesso”. Ad altri spettava il compito di tagliare i ponti. Ricordate le parole del magistrato Paolo Borsellino?

Precauzione, la sconosciuta. Esiste un principio di precauzione e un’antimafia della prevenzione che dovrebbe essere un faro. Da quell’inchiesta, anche se conclusa con assoluzione, si comprendeva il quadro di resposabilità. Già da allora si dovevano troncare i rapporti della pubblica amministrazione con Chianese. Non è successo. Chianese lavorò con il commissariato anche ad inizio 2000 offrendo buchi per i rifiuti. Prevenzione che non si vede oggi. In diverse inchieste ho indicato aziende fortemente sospettate di collusione che hanno partecipato e vinto gare per il trasporto e lo smaltimento del pattume. La risposta delle strutture pubbliche è sempre la stessa: in assenza di interdittiva antimafia, le prefetture dormienti impiegano una decina di mesi per vagliare eventuali infiltrazioni, non si può proibire alle ditte di partecipare. Smaltiranno e gestiranno i rifiuti come la legge impone? Lo scopriremo tra 20 anni.

Terra dei fuochi. In tre parole si racconta un dramma: i roghi di rifiuti soprattutto speciali pericolosi e non che vengono bruciati nelle campagne in un territorio ampio tra la provincia di Napoli e quella casertana. Di recente ho letto che qualche osservatore evidenziava il fenomeno come collegato alla mancata raccolta differenziata. Balle. Si tratta di scarichi di piccole e medie aziende, spesso anelli di catene di interessi, che per convenienza smaltiscono così perché in nero è la produzione ed in nero è lo smaltimento. Si incrociano, certo, con isolati gesti di incivili. Un fenomeno che si intreccia con quello organizzato, la montagna di veleni che dal nord ha contaminato il territorio campano. Si calcola che, in 20 anni, sono stati smaltiti illegalmente 10 milioni di tonnellate di rifiuti. Coinvolgimento dei comuni con le isole ecologiche, iniziative per l’emersione dall’economia sommersa, maggiori controlli, inserimento nel codice penale dei reati ambientali, un reale sistema di monitoraggio per i rifiuti speciali potrebbero migliorare il quadro spezzando la catena di illeciti che ammazza un territorio. E urgono bonifiche, serie e partecipate, senza la logica dell’emergenza che apre il varco ai soliti noti, quelli che 20 anni fa hanno vomitato veleni.

Assolti, ma chi è Stato? In Campania ci sono i resti della gestione commissariale, quella che doveva governare il ciclo dei rifiuti urbani, oltre al dramma fuochi e agli interramenti di veleni e pattume industriale. I resti sono le piramidi, le oltre 7 milioni di tonnellate di balle contenenti rifiuti di ogni tipo. Addebitabili alla gestione commissariale e ad Impregilo. Nel processo sono stati tutti assolti. Di certo l’appalto imponeva all’impresa aggiudicataria di smaltire a proprie spese i rifiuti in attesa della costruzione degli impianti. Un’ordinanza della struttura commissariale consentì di stoccarle. Il commissariato era retto da Antonio Bassolino. Ma il processo è finito con l’assoluzione.

L’ex presidente della Regione resta indagato, la procura di Napoli ne chiederà a breve il rinvio a giudizio per associazione a delinquere. E’ un altro troncone delle inchieste sulla gestione commissariale. La stessa indagine che coinvolge, come ho rivelato sul Fatto, anche il capo della polizia Alessandro Pansa per traffico illecito di rifiuti. La vicenda è quella del percolato, monnezza nociva, finito in mare senza trattamento ad avviso della pubblica accusa. 

Questo è il quadro in sintesi che per le ricadute su ambiente e salute, ecco alcuni dati e elementi utili, risulta agghiacciante, ma oggi un popolo scende, di nuovo, in piazza. Ci saranno i politici. Non sono tutti uguali. C’è chi, però, ne approfitta e vuole dividere la torta, molti hanno aziende e società che si occupano di rifiuti. E in molti fiutano l’affare bonifiche. Leggere, capire e confrontarsi aiuta a smascherarli. Ma ripartiamo da noi e dagli orizzonti da immaginare per una terra, la nostra, che resta amata anche se amara. Sarà un fiume in piena.