Internet, social network e smartphone, stanno cambiando il nostro modo di pensare e le nostre abitudini quotidiane in maniera radicale. Le giornate sono scandite dall’uso di telefonini, tablet, posta elettronica, facebook, twitter, whatsapp, applicazioni di tutti i tipi, sms, foto, video e computer portatili. Siamo sempre connessi, il telefono a portata di mano, il tablet nella borsa. Anche il nostro lavoro non è più lo stesso. La rete e i social network sono diventati indispensabili. Se non sei su Internet, non esisti.

Si parla tanto delle opportunità che offre il “world wide web”, ma sono ancora in pochi a chiedersi quali siano gli effetti di un uso così repentinamente massiccio delle nuove tecnologie. Cosa succede alla nostra capacità di elaborare le informazioni e al modo in cui ci relazioniamo col mondo? Spesso il rapporto con questo enorme potenziale può rivelarsi dannoso, se non pericoloso, per la nostra salute. Già da qualche anno sappiamo che esiste la sindrome da dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder), che colpisce soprattutto gli adolescenti, ma che sta cominciando a riguardare sempre di più anche gli adulti. Questo disturbo viene assimilato al gioco d’azzardo compulsivo e rientra in quelle patologie che hanno un minimo comune denominatore: la scarsa capacità di controllo sugli impulsi.

Da poco invece sappiamo che esiste un’altra sindrome correlata all’uso di Internet. Si chiama “tecnostress”, un disturbo legato all’uso massivo e stratificato delle nuove tecnologie. Il flusso abnorme di informazioni che fuoriesce dal monitor e dai dispositivi che ci circondano è dannoso e ingestibile, e può farci ammalare. I sintomi? Secondo la Onlus netdipendenza sono: mal di testa, ipertensione, ansia, attacchi di panico, calo della concentrazione, disturbi gastrointestinali e cardiocircolatori, depressione, calo del desiderio. Inoltre, possono comparire alterazioni comportamentali e l’isolamento relazionale. Il tema è stato trattato ampiamente in un libro di Enzo Di Frenna dal titolo “Tecnostress in azienda.

La parte più difficile è capire che il malessere è collegato alle troppe ore passate davanti allo schermo, a casa o in ufficio. Nessun medico ci ha messi in guardia. Negli Stati Uniti il “tecnostress” viene studiato da anni, e molte aziende stanno già prendendo provvedimenti per i lavoratori più esposti al rischio. Il dottor Larry Rosen, Professore del Dipartimento di Psicologia della California State University e autore di “iDisorder” scrive che stiamo diventando ossessionati dal controllo costante del nostro smartphone. Siamo continuamente distratti da messaggi, notifiche e vibrazioni. Quando il nostro smartphone non è a portata di mano diventiamo ansiosi. A livello neurobiologico le conseguenze si riflettono sull’attività dei neurotrasmettitori (le sostanze che consentono ai nostri neuroni di comunicare tra di loro) che rispondono agli stimoli ansiosi, andando a incidere sulla nostra capacità di concentrazione, che si riduce. L’ansia, dal canto suo, silenziosamente modifica i nostri parametri biologici fondamentali: pressione sanguigna, battito cardiaco, respirazione, funzionamento gastrointestinale ecc. Quando lo stimolo si cronicizza, ci si può ammalare.

Lo psicologo statunitense è stato il primo a studiare in maniera approfondita la “Phantom pocket vibration syndrome“, ovvero la sensazione “allucinatoria” che il telefono stia squillando nella nostra tasca o nella borsa. Vi è mai capitato? A me sì. Il tema è certamente complesso, ma non si può più far finta di niente. In Italia sono milioni i lavoratori che interagiscono quotidianamente con le nuove tecnologie e che sono quindi a rischio. Peraltro, l’articolo 28 del Testo Unico 81/2008 voluto dall’allora ministro Cesare Damiano, prevede già l’obbligo per le aziende di valutare lo “stress lavoro correlato”, soprattutto in presenza dell’uso di videoterminali. La domanda che si pone il Dottor Rosen e che rimando a voi è semplice, ma fondamentale: “Come possiamo restare ‘umani’ in un mondo sempre più tecnologico?”

Twitter: @PaolaPorciello