Tre anni fa su Wired lanciai l’idea dell’economia del mutuo soccorso, la cosiddetta pop economy perché gestita dal popolo, quest’estate il mio assistente storico, Federico Bastiani, ha trasformato nella sua strada, via Fandazza, la teoria in pratica.

Con un bambino piccolo, una moglie sud africana, tre lavori per arrivare alla fine del mese e le famiglie di entrambi lontane, Federico ha deciso di tentare di crearne una virtuale. Ha stampato al computer dei manifesti che ha distribuito nella strada, sopra c’era scritto quello che tutti ormai sognano: far parte di una comunità locale vera, dove ci si conosce e ci si aiuta reciprocamente, come succedeva ai tempi dei nostri nonni nei piccoli paesi e come ancora succede nelle comunità più povere, dove senza l’altro è difficile sopravvivere. La risposta è stata entusiasta, un successone che ci ha sorpreso entrambi. E’ dal 2008, infatti, che ripetiamo che l’unica soluzione alla crisi economica e politica, una catastrofe che sta letteralmente distruggendo il paese, è la solidarietà tra la gente e la creazione di comunità accentrate intorno ad economie locali e sono anni che veniamo derisi ed a volte anche insultati dagli ottimisti economisti di regime che invece suggeriscono di mettere in vendita ciò che è rimasto del patrimonio nazionale.

Ebbene via Fondazza a Bologna, la prima social street in Italia, sembra darci finalmente ragione. Chi ci vive ha aderito all’idea di condivisione con i vicini, dalla baby sitter fino alla festa di compleanno, perché l’iniziativa li arricchisce non solo socialmente ma anche economicamente. Un esempio: compro nei negozi locali, vado al cinema, al ristorante, al bar sotto casa e gli esercenti mi fanno uno sconto; chi parte invita i vicini a svuotare il frigo, gratis. Oggi lo faccio io domani lo fai tu e tutti ci guadagniamo.

Di via Fondazza in questi giorni se ne è parlato nei telegiornali, alla radio e su una buona fetta della stampa nazionale; sociologi, antropologi e perfino le agenzie immobiliari vogliono studiare il fenomeno, tutti si domandano se questo modello è replicabile, se in Italia, e chissà anche nel mondo, possano nascere centinaia di milioni di social street. Certo che è possibile, anzi è necessario, la globalizzazione ha reso il locale vulnerabile ai capricci di economie sconosciute, pensate a Prato, un tempo il centro di smistamento del tessile, da dove usciva il Made in Italy, oggi assomiglia ad un sobborgo di Shanghai. Chi l’avrebbe detto 20 anni fa che la delocalizzazione, tanto amata dai nostri industriali del tessile, avrebbe prodotto queste metamorfosi? Che ne è dei vecchi maestri, degli insegnanti, della profumiera di Prato, dove sono finiti i proprietari delle trattorie o gli operai delle fabbriche? Forse vivono in strade simili a via Fondazza e come i residenti della strada storica bolognese hanno un gran bisogno di appartenere ad una comunità.

Il successo della pop economy si chiama recessione, stagnazione, declino, processi che, è bene comprendere, ormai fanno parte del nostro quotidiano. Chi crede agli ottimisti economisti di regime che prima o poi torneremo ad essere ricchi, che l’economia si riprenderà, che questa è una crisi ciclica e così via si illude. Quello che stiamo vivendo è un cambiamento epocale, e se non troviamo il modo di contrastarlo tra dieci anni l’Italia sarà più simile alle nazioni del terzo mondo che alla ricca Germania.

La ricostituzione della piazza del paesino attraverso i servizi offerti dal Web2, la pop economy insomma, però non basta per farlo. E’ questa una verità che sociologi, antropologi ed agenti immobiliari ancora non hanno capito. Forse nel 2010, quando l’idea della pop economy è stata presentata al pubblico italiano, l’economia del mutuo soccorso poteva aiutarci a riprenderci attraverso una rivoluzione sociale ed economica dal basso – basta pensare all’energia rinnovabile creata dai rifiuti organici o alla creazione di start up agricole accentrate sulla condivisione – allora ancora esisteva una struttura industriale nazionale, una massa critica su cui lavorare, ma non oggi. Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse, sparite in pochi anni. Le casse dello stato sono sempre più vuote: a luglio i ricavi dalla tassazione diretta sono scesi del 7%; il rapporto deficit/Pil ormai supera il 3% ed il debito pubblico è ben al di sopra del 130% e l’Iva è salita al 22 per cento.

Neppure il capitale straniero è più a portata di mano, dal 2010 gli investimenti esteri sono letteralmente crollati, nessuno ha intenzione di investire in un paese dove il livello di tassazione sulle imprese è il più alto dell’Ue e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa. La lista è lunga ma basta questo per capirci.

A differenza di molti italiani, i ‘Fondazziani’ sono coscienti di questo scenario e sanno che la social street non può essere un business, né può esserlo trasformata; l’iniziativa rappresenta però un grosso risparmio: dal cinema che offre sconti ai residenti, al ristorante, al bar fino allo scambio di prodotti o di favori. E questo è già un grosso passo in avanti per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, ma per far ripartire l’economia ci vuole la crescita, il risparmio non basta. I ‘Fondazziani’ sono anche coscienti che la politica deve rimanere fuori dalla loro strada, ed anche questo è un bene.

Forse pochi di loro conoscono le teorie della Ostrum sui beni comuni, l‘economista che ha vinto il premio Nobel scomparsa da un paio di anni, ma ne stanno mettendo in pratica i principi. Le comunità locali funzionano bene quando la gestione è nelle mani di chi ci vive e quando queste poggiano su un patrimonio solido di beni comuni. In fondo con la creazione della social street i residenti di via Fondazza si stanno riappropriando del loro spazio socio-economico: la strada.

Ecco un principio sul quale rilanciare l’economia del paese, la riconquista dello spazio economico e sociale da parte di chi lo abita, un’azione che in futuro potrebbe includere investimenti reali come una scuola, un laboratorio, un mercato dell’organico a chilometro 0, legato ad imprese locali e così via.

L’economia del mutuo soccorso può dunque essere una piattaforma di lancio per un’economia solida e florida locale ma bisogna agire subito, prima che anche per questa strategia sia troppo tardi.

Sarò in conversazione con i residenti di via Fondazza domenica 17 novembre ore 16 presso il centro di documentazione delle donne in via del piombo 5 a Bologna, ingresso libero