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Parliamo di guerra, energia e clima come fossero problemi distinti. Ma sono tre facce della stessa crisi

Una situazione assurda: vogliamo al tempo stesso difendere la democrazia, decarbonizzare, liberarci dall'energia russa, mantenere competitiva l'industria e prepararci a una guerra
Parliamo di guerra, energia e clima come fossero problemi distinti. Ma sono tre facce della stessa crisi
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Da anni ci raccontiamo che dobbiamo salvare il pianeta, decarbonizzare, ridurre i combustibili fossili, abbattere le emissioni, rendere l’economia sostenibile. Poi, contemporaneamente, combattiamo guerre che consumano quantità gigantesche di energia, distruggono infrastrutture, incendiano territori e richiedono, una volta terminati i combattimenti, enormi quantità di cemento, acciaio, carburante ed elettricità per ricostruire ciò che abbiamo appena distrutto. Il tutto in nome della democrazia (modello occidentale ovviamente).

E non finisce qui. Abbiamo deciso di decurtare drasticamente la nostra dipendenza energetica dalla Russia. Una scelta geopolitica che ci dicono sia per difendere la democrazia e mettere in ginocchio il suo “nemico”. Ma il gas russo non è evaporato perché abbiamo deciso di non comprarlo più noi, ha semplicemente cambiato indirizzo. Impatto sulle finanze russe? Irrilevante. Noi però quel gas lo abbiamo sostituito con il metano liquido, e cioè gas che viene estratto con il fracking, liquefatto, caricato sulle navi, trasportato per migliaia di chilometri, rigassificato e infine immesso nelle nostre reti.

È la fisica che si prende gioco della geopolitica. Una molecola di gas non diventa più ecologica perché arriva da un Paese amico.

Abbiamo creato una situazione assurda in cui vogliamo contemporaneamente difendere la democrazia, decarbonizzare, liberarci dalla dipendenza energetica russa, mantenere competitiva la nostra industria e prepararci a una guerra di lunga durata. Tutto nello stesso momento. Come se politica, energia, industria, finanza, clima e sicurezza fossero compartimenti stagni. Non lo sono. Non lo sono mai stati!

La guerra in Ucraina ce lo dimostra. Secondo l’Initiative on GHG Accounting of War, nei quattro anni dall’invasione russa le emissioni collegate al conflitto hanno raggiunto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂. Non è un numero simbolico. È una quantità simile a quella che emette un grande Paese europeo. E il conteggio non riguarda soltanto il carburante bruciato dagli eserciti. Comprende gli incendi, la distruzione delle infrastrutture energetiche, gli spostamenti della popolazione, le deviazioni del traffico aereo. La stessa logica vale per Gaza. Uno studio pubblicato nel 2026 ha stimato in circa 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ l’impronta climatica complessiva della guerra Israele-Gaza. Trentatré milioni di tonnellate per ottenere un territorio devastato.

Il problema è che noi tendiamo a vedere la guerra come una parentesi. Inizia, si combatte, finisce. Poi arriva la pace. In realtà la guerra è una lunga catena industriale. Prima consumiamo energia per distruggere. Poi consumiamo energia per ricostruire. Nel frattempo, aumentano i prezzi, si spostano le rotte commerciali, cambiano le forniture, gravitano le spese militari e gli Stati accumulano debito. È difficile immaginare un modo più costoso di perseguire la sicurezza. E mentre facciamo tutto questo, il pianeta continua a riscaldarsi.

Il 2026 ci offre un’altra istantanea dell’assurdità dei nostri comportamenti. El Niño quest’anno si è rafforzato e la Wmo ha indicato che è possibile che perduri almeno fino a febbraio 2027, con la possibilità che diventi uno degli episodi più intensi mai osservati.

Naturalmente El Niño non è il cambiamento climatico. È un fenomeno naturale. Ma si manifesta oggi dentro un sistema climatico molto più caldo rispetto al passato. E questo cambia il contesto nel quale opera. Non significa che domani l’Europa verrà trasformata in un deserto. Significa che aumentano i rischi di eventi estremi, siccità, precipitazioni violente, ondate di calore e di stress sulle risorse idriche e agricole. E quando questi fenomeni diventano più frequenti, il problema smette rapidamente di essere soltanto ambientale e diventa economico.

Un raccolto perso è inflazione. Un’infrastruttura distrutta è debito pubblico. Una siccità è una crisi energetica quando riduce la disponibilità idroelettrica. Un’ondata di calore è un problema sanitario. Un’alluvione è un problema assicurativo. Un incendio è un problema immobiliare. Una crisi alimentare diventa una questione geopolitica.

Il clima non ha bisogno di dichiararci guerra. Gli basta aumentare il costo di quasi tutto. Ed è qui che la nostra costruzione mentale comincia a crollare. Perché continuiamo a parlare di guerra, energia e clima come se fossero tre problemi distinti. Non lo sono più. Sono tre facce della stessa crisi. Ed è questa crisi che va affrontata e bisogna farlo con l’obiettivo di garantire il bene comune. Siamo in grado di farlo? È quanto ci si domanda durante questa interminabile torrida estate.

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