Sono circa quattromila. Affrescati agli angoli delle calli, nei campielli. I “nizioleti” (termine veneziano per lenzuolino) sono le indicazioni stradali di Venezia.

Delle scritte nere, a fondo bianco (da lì la parola nizioleti), dipinte sugli intonaci dei palazzi. Che ora il Comune di Venezia vorrebbe rifare. O meglio, che ha già cominciato a rifare. Prima mappando e georeferenziando tutti quelli presenti in città. E poi cercando la dicitura corretta, e scegliendo di riferirsi, per identificarla, all’ultimo Catastico (una sorta di stradario) scritto prima della fine della Repubblica, cioè nel 1786.

Solo che, in virtù di questo testo, alcune trascrizioni rinnovate hanno lasciato i veneziani a bocca aperta. «Rio terà dei assassini» è diventato «Rio terrà dei assassini», facendo riapparire le doppie, per fare un esempio. Oppure «sottoportego» è diventato «sottoportico» in un’apparente italianizzazione che ha infastidito molti abitanti del centro storico.

Da lì la querelle. Gruppi Facebook, dibattito cittadino, scontri tra assessori della stessa Giunta, universitari e storici della lingua che si sono espressi contro o a favore. Nei giorni scorsi il dibattito sui nizioleti veneziani ha infiammato Venezia coinvolgendo tutti.

“Per avere un criterio omogeneo per i nizioleti l’unico dato certo era il Catastico – spiega Tiziana Agostini, assessore alla toponomastica del Comune di Venezia che ha dato il via al progetto – le altre versioni erano italianizzate come quelle austriache o francesi, oppure poco chiare”.

Intanto però c’è chi ha tuonato il no al cambiamento come il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia: “Lo digo in veneto – ha detto venerdì – gavemo da difender i nizioleti venessiani. Se sono pronti a dotarmi di una scala e di un bidone di pittura mi ci metto io a ridipingere i nizioleti. La lingua veneta va difesa, tutelata e valorizzata, da sempre è stata la lingua della diplomazia”.

«A fare polemica sono persone che in veneziano non si esprimono. Parlano di veneto, ma la lingua veneta non esiste – ha ribattuto Tiziana Agostini, assessore alla toponomastica del Comune di Venezia – esiste una koiné veneta, che si diversifica nelle desinenze e nell’uso delle vocali come diceva Dante, nel De vulgari eloquentia“.

Il punto, a parte spiegazioni tecniche è che leggere quelle scritte cambiate disorienta i veneziani. “Si ha quasi l’impressione che a passare sui nizioleti sia stata la maestrina dalla penna rossa con parecchi scrupoli ortografici – scrive Lorenzo Tomasin, linguista e accademico italiano, professore di Storia della Lingua italiana all’Università di Losanna ed ex docente di Ca’ Foscari che difende però la scelta dell’amministrazione – non è così. Non lo è certo, ad esempio per le doppie che quando il veneziano era una lingua largamente scritta conservava spesso nei testi dando luogo a uno scollamento tra grafie e pronunce che è perfettamente naturale in tutte le lingue di cultura che siano anche lingue vive”. Insomma da un punto di vista filologico quella del Comune è una scelta corretta. E le scritte che leggevamo fino a qualche mese fa erano frutto di decenni di errori.

Eric Hobsbawm la chiamerebbe invenzione della tradizione – dice Tiziano Scarpa, scrittore – quelli esistenti sono una rappresentazione caricaturale della lingua che non ne rende il nerbo. Chi si oppone al cambiamento da per scontato che quella attuale sia una trascrizione foneticamente accurata. Non è così. E’ una consuetudine di appena poche decine di anni”. Eppure, girando l’angolo e alzando gli occhi il problema rimane. Accanto al dibattito linguistico si affianca infatti quello dell’identificazione culturale. “Il dibattito culturale è una cosa, la percezione cittadina è un’altra – dice Angela Vettese assessore alle attività culturali del Comune di Venezia – da veneziana dico che ero affezionata alla vecchia dizione”.

“Il veneziano è lingua che è mutata nel tempo e la grandezza di Venezia è sempre stata il suo mutare non la nostalgia caricaturale per il passato o il dialetto – dice Giovanni Montanaro – trovo però che i nizioleti oggi vadano quanto più possibile conservati come sono, anche se sbagliati, perché sono storie, non filologia e dunque devono essere sentiti come propri da chi in città ci vive”.