Solo i titolari di partita iva italiana potranno vendere servizi online, nel nostro Paese. Sarebbe questo – benché il testo non sia ancora disponibile sul sito internet della Camera dei Deputati – il senso della proposta di legge presentata in Parlamento lo scorso 3 ottobre dall’On. Francesco Boccia, Presidente della Commissione bilancio della Camera dei Deputati e destinata – secondo le intenzioni dello stesso Boccia – ad entrare, attraverso un emendamento, nella Legge di Stabilità, ormai prossima al varo.

C’è chi la chiama “Google tax” giacché, servirebbe, tra l’altro – almeno nelle intenzioni di chi la sostiene – a costringere il colosso di Mountain View a pagare più tasse in Italia ma il titolo del disegno di legge presentato dall’On. Boccia, parla chiaro: “Introduzione dell’art. 12 bis del Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, in materia di applicazione dell’imposta sul valore aggiunto per gli acquisti di servizi per via telematica”.

Battezzare la legge con il nome di uno dei big della internet economy, dunque, è fuorviante perché quella che si vorrebbe introdurre è una regola destinata ad applicarsi trasversalmente su tutti i fornitori di servizi online, “giganti” o “nani”, navigate multinazionali o start-up in erba che siano. Anche se non è tecnicamente corretto parlare di introduzione di una nuova tassa, se proprio si vuol far ricorso a questa espressione, bisognerebbe, quindi, parlare di un’autentica “Internet tax”.

E’ un’idea inutile, dannosa, anacronistica e soprattutto illegittima.

Cominciamo dalla fine ovvero dalla sua illegittimità tanto evidente da rendere persino difficile credere che non ci sia pensato.

Siamo – anche se tendiamo spesso a dimenticarcene – uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, Unione che è basata, tra l’altro, sulla realizzazione ed esistenza di un mercato unico dei prodotti e servizi e sulla loro libera circolazione all’interno dello spazio economico europeo.

Difficile in un contesto di questo genere considerare legittima una norma che spiana la strada ai fornitori di servizi tricolore – o, almeno, titolari di una partita iva nazionale – e impone a quelli che non lo sono, prima di iniziare a vendere i loro servizi in Italia, di farsi attribuire una partita iva italiana e confrontarsi con il nostro complicato sistema fiscale.

La proposta di legge – per quanto si capisce – sembra in aperto contrasto con uno dei principi ispiratori del trattato istitutivo dell’Unione Europea.

Ma non basta. Il punto è che la proposta di legge in questione è anche politicamente scorretta.

Si è appena tenuto a Bruxelles un Consiglio Europeo nell’ambito del quale i Governi di tutti gli Stati si sono ritrovati d’accordo nell’esigenza di accrescere gli sforzi e gli investimenti per fare di internet e del digitale il volano di una rivoluzione europea che ci consenta, il prima possibile, di buttarci alle spalle la crisi.

Una delle principali linee di sviluppo della politica europea, annunciata da più parti ed a gran voce, riguarda lo sviluppo di un mercato unico europeo delle telecomunicazioni.
Il nostro Paese sta iniziando, finalmente, a muovere i primi passi nell’Europa digitale e si avvia, a giugno, ad assumere la Presidenza del Consiglio Europeo.

Come si può seriamente pensare, in un contesto storico-politico di questo tipo, di andare a Bruxelles a raccontare che abbiamo intenzione di erigere solide frontiere fiscali proprio nel mercato globale per eccellenza – ovvero quello online – e di favorire le società con partita iva italiana rispetto a quelle del resto d’Europa? Chi propone l’Internet Tax, si è chiesto cosa accadrebbe se tutti gli altri Paesi UE varassero analoghe norme di legge?

Un fornitore di servizi online che intenda – come avviene di solito – fornire i suoi servizi in tutta l’Unione europea dovrebbe procurarsi, prima di iniziare, 28 partite iva – o equivalenti – e verificare cosa stabiliscono, per la sua attività, 28 regimi fiscali differenti?

E cosa diremmo noi se si chiedesse ad una piccola azienda, tutta italiana, nata dall’ingegno e dall’estro di un paio di ragazzi – come ce ne sono tanti nel nostro Paese – che voglia mettersi alla prova sul mercato dei servizi online di spendere decine di milioni di euro in consulenze per capire come funzionano i sistemi fiscali di 28 Paesi e porsi in condizione di vendere i propri servizi in ciascuno di essi?

E poi perché si dovrebbe discriminare il mercato dei servizi online e quello di una miriade di altri servizi che, ormai, vengono svolti quasi esclusivamente da soggetti con partite iva europee ma non italiane? Che differenza c’è tra chi fornisce servizi online e chi, ad esempio, fornisce servizi di call center dall’Est Europa non solo senza partita iva italiana ma soprattutto impiegando forza lavoro non italiana?

Ma l’idea di un’Internet Tax non convince anche perché minaccia di compromettere uno dei principali obiettivi dell’agenda digitale: promuovere lo sviluppo e la diffusione del mercato online nel nostro Paese.

Penalizzare chi vende servizi online in Italia dal resto dell’Europa rischia di rallentare lo sviluppo di un ecosistema moderno e digitale del quale abbiamo un disperato bisogno.

L’obiettivo del nostro Paese – peraltro più volte annunciato dal Governo – dovrebbe essere quello di sviluppare un ecosistema fiscale e normativo capace di attirare investimenti e società straniere anche e soprattutto nel settore della Internet economy e non quello di mostrarci inutilmente “ostili”, introducendo anacronistici “dazi” sulle frontiere di un mercato che, per definizione, non ne conosce perché liquido, immateriale e, soprattutto, globale.