Dopo settimane di tira e molla, Giorgio Napolitano ha annunciato di voler deporre nel processo sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Con una lettera al presidente della corte d’assise di Palermo Alfredo Montalto, che presiede il dibattimento sul patto Stato – mafia, si è detto “lieto di dare un utile contributo all’accertamento della verità processuale”. Un tenore molto diverso da quello utilizzato il 18 ottobre scorso, quando la corte approvò la richiesta del pm Antonino Di Matteo di inserire Napolitano tra i testi del dibattimento. “Il capo dello Stato resta in attesa di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione della testimonianza, per valutarla nel massimo rispetto istituzionale” facevano sapere freddamente dal Colle il giorno dopo il via libera di Montalto alle richieste dell’accusa. Immediate le reazioni indignate degli esponenti di tutti gli schieramenti politici: da Luciano Violante che bollò la decisione delle toghe palermitane come “originale”, fino al guardasigilli Anna Maria Cancellieri che accolse la notizia addirittura con stupore.

Il testo integrale dell’ordinanza deve essere sembrato però impeccabile ai giuristi del Quirinale, ben consapevoli che Napolitano non si poteva tirare indietro. La sua decisione è infatti già tutta prevista dall’articolo 205 del codice di procedura penale, che disciplina come i capi di Stato debbano essere ascoltati al Quirinale, ma non ne vieta in alcun modo la citazione come testimoni nei processi. E non a caso nella lettera di Napolitano alla corte siciliana si fa esplicito cenno a quell’articolo. “Il Presidente – scrivono dal Colle al palazzo di giustizia di Palermo – sarebbe ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all’accertamento della verità processuale, indipendentemente dalle riserve sulla costituzionalità dell’art. 205, comma 1, del codice di procedura penale espresse dai suoi predecessori”. Come dire che invece di sottrarsi, il Presidente annuncia di essere pronto di ricevere la corte, i pm e gli avvocati difensori al Colle.

Un’udienza storica, dato che nel processo sulla Trattativa, oltre a generali dell’Arma e boss mafiosi, ci sono alla sbarra anche politici come l’ex senatore Marcello Dell’Utri e soprattutto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. Le decine di intercettazioni che documentano i contatti di quest’ultimo con Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Colle poi deceduto, aprirono lo scontro che infiammò i rapporti tra toghe palermitane e il capo dello Stato. Il culmine fu raggiunto con la sentenza della Corte Costituzionale che decretò la distruzione delle quattro intercettazioni telefoniche, in cui la voce del capo dello Stato era rimasta impigliata nelle bobine della Dia mentre colloquiava con Mancino, intercettato da mesi dagli inquirenti siciliani. È grazie a quella sentenza se al capo dello Stato è oggi vietato fare domande sui rapporti tra Mancino e il Colle.

Nella trasferta al Quirinale, giudici e pm potranno interrogare Napolitano soltanto sulla missiva ricevuta il 18 giugno del 2012 da D’Ambrosio. “Ho il timore – scriveva il consigliere giuridico del Colle – di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Parole criptiche, che si riferiscono al periodo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, lo stesso periodo in cui si sarebbe sviluppata la Trattativa, mentre D’Ambrosio era in servizio all’alto commissariato antimafia. “Il Presidente ha nello stesso tempo esposto alla Corte i limiti delle sue reali conoscenze in relazione al capitolo di prova testimoniale ammesso” fanno sapere dal Quirinale. Come dire che Napolitano ha già scritto alla corte quanto sa di quella missiva di D’Ambrosio. “Lei sa che di ciò ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989- 1993 che mi preoccupano e fanno riflettere”, scriveva il consulente giuridico del Colle a Napolitano. “Lei sa”. Ed è proprio per capire l’oggetto di quella affermazione che giudici e pm arriveranno fin dentro le stanze del Quirinale.