Sapeva fin da piccolo di essere il figlio di uno stupro. La madre, all’età di 14 anni, venne abusata dal prete che ospitava lei e la sua famiglia in una casa della parrocchia. Lui nacque da quella violenza 33 anni fa. Per anni Erik Zattoni ha chiesto ai vertici della diocesi di Ferrara, dove insiste la parrocchia del sacerdote, di ridurre allo stato laicale quel prete. Non ottenne risposta, nemmeno dalla Congregazione della dottrina della fede, allora retta dal futuro papa Ratzinger.

Solo dopo il riconoscimento giudiziale di paternità, nel settembre 2011, con la prova del dna in mano, ha ottenuto una tardiva lettera di scuse dal padre, che si diceva dispiaciuto per “lo sbandamento” di allora. Da quel momento il 33enne ha cercato di far valere i propri diritti, sia morali che economici, ma con scarsi risultati. Intanto, per 40 anni il prete – oggi in pensione – è rimasto nella sua funzione, a contatto con minori ed oggi è ancora un sacerdote della Chiesa.

Ora, attraverso un appello lanciato attraverso un servizio televisivo delle “Iene”, Erik Zattoni si rivolge a papa Bergoglio per ottenere giustizia. E domenica prossima una delegazione ferrarese dell’associazione Ferrara By Night sarà in piazza, durante l’Angelus, per sostenere la richiesta del 33enne. I partecipanti, muniti di abiti e lenzuola bianchi, comporranno una macchia di colore bianco tra i fedeli utilizzando cartelloni con l’hashtag #PapaAscoltaErik.

A Ferrara invece l’attenzione si è concentrata sulle reazioni del vescovo Luigi Negri. Già al microfono delle “Iene” il capo della curia aveva fatto capire di non aver molto da dire. Alla domanda sul perché un prete rimanga tale anche dopo un crimine di questo tipo, Negri ha glissato: “Lei vuole insegnare alla Chiesa a fare la Chiesa?. Certamente è giusto se non ci sono state ragioni per cui la Chiesa ha ritenuto che dovesse essere dimesso. Lo stupro non è sufficiente. Per il risarcimento non so a chi si deve rivolgere, non a me. Sono cose civili non ecclesiastiche. La smetta perché mi ha irritato”.

Il giorno dopo il vescovo ha inviato un comunicato alla stampa. Peggiorando le cose. Nel consegnare alla nota la sua “più viva deplorazione nei confronti dei responsabili” e la “più profonda affezione e vicinanza di carità e giustizia cristiana alle vittime di questa terribile storia”, il monsignore chiarisce che “la Chiesa di Ferrara-Comacchio non ha niente di cui accusarsi”, dal momento che “ha obbedito rigorosamente alle direttive che sono pervenute dalla Santa Sede”.

Negri poi smarca la sua diocesi da qualsiasi possibile chiamata in causa a livello economico, visto che “la Chiesa, nei confronti dei sacerdoti, non si configura affatto come un datore di lavoro, che interverrebbe nelle vicende di carattere giuridico, economico e civile”. Un ego te absolvo arriva anche per quanto riguarda la sua persona, “entrato in questa Diocesi il 3 marzo del corrente anno”. E quindi non responsabile per quanto accaduto più di trent’anni prima. Anzi, ora che è a Ferrara assicura che “dopo essersi responsabilmente e debitamente informato a seguito dell’incursione subita da “Le iene” , “fin d’ora procederà ad approfondire ulteriormente la conoscenza di tutto ciò che è accaduto”.

In realtà della vicenda era già a conoscenza almeno dal 13 aprile tramite lettera della Congregazione della dottrina per la fede, a firma dell’arcivescovo Luis F. Ladaria, in cui si chiedeva di “ammonire formalmente il chierico” e a “sollecitarlo, nei limiti del possibile, ad assumersi seppur tardivamente le proprie responsabilità di padre”. Negri poi conclude la sua nota assicurando che “non ha avuto nessuna parte nella dichiarazione della prima guerra mondiale e neppure della seconda e certamente non si è inteso con il presidente americano per lo sgancio della bomba atomica sul Giappone”. 

Parole che “mi lasciano di stucco – commenta Zattoni -; non so come si possa dire cose del genere. Un prete ha violentato una ragazza, l’ha resa madre. Se non è abbastanza questo cosa deve succedere?”.