Condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di Roma per avere partecipato alla fucilazione di “almeno 117 ufficiali italiani” a Cefalonia, il 27 settembre 1943. Alfred Stork, ex caporale della Wehrmacht che attualmente vive in Germania, è stato condannato in contumacia. Ha preso parte all’eccidio avvenuto sull’isola greca, il 27 settembre 1943, quando alla ‘casetta rossa’ furono uccisi decine di prigionieri di guerra e appartenenti alla Divisione Acqui. Il 19 dicembre scorso c’era stata la prima udienza dibattimentale del processo nei confronti dell’ex caporale tedesco. Ancora da stabilire, verrà fatto in sede civile, l’ammontare del risarcimento dovuto alle parti offese.

Il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, si dice “soddisfatto” per la condanna di Stork. Tuttavia, precisa, “è una soddisfazione a metà perché quando una sentenza arriva a 70 anni dai fatti non è giustizia, ma è negata giustizia”. Tuttavia, sottolinea, “è la prima sentenza di condanna in assoluto per i fatti di Cefalonia dopo il processo di Norimberga“, che inflisse 12 anni al generale Hubert Lanz, che ne scontò solo tre. Il fatto importante, secondo De Paolis, è che il tribunale “sembra aver sposato la tesi da noi sostenuta secondo cui l’ordine illegittimo, criminoso, non doveva essere rispettato: non può essere un paravento per coprire misfatti del genere”. 

Secondo l’Associazione nazionale partigiani (Anpi) la condanna di Stork  “è certamente destinata a fare la storia anche nella parte in cui riconosce il diritto al risarcimento dei danni a favore dell’Anpi”. L’associazione, però, sottolinea in una nota che la sentenza “interviene dopo un colpevole ritardo di settanta anni grazie al serio e attento sforzo investigativo del Procuratore militare e alla caparbia tenacia di alcuni familiari delle vittime, delle associazioni e dell’Anpi”. Inoltre, prosegue il comunicato, “assume un’importanza decisiva perché per la prima volta un Tribunale ha riconosciuto la colpevolezza di quei militari tedeschi che si resero responsabili della strage”.

L’eccidio di Cefalonia – Stork, sentito nel 2005 dai magistrati tedeschi, ammise di aver fatto parte di uno dei plotoni di esecuzione attivi nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, il 24 settembre. “Ci hanno detto che dovevamo uccidere degli italiani” perché “erano considerati dei traditori”, disse. Alla Casetta Rossa sarebbero stati complessivamente giustiziati 129 ufficiali (altri sette vennero ammazzati il giorno successivo per rappresaglia) da parte di due plotoni. Quello di Stork, comandato da “un tenente”, sparò dall’alba al pomeriggio lasciando sul terreno “73 ufficiali”, come afferma lo stesso imputato.

Ad uccidere i rimanenti fu invece il secondo plotone, comandato da Otmar Muhlhauser, l’ufficiale che negli anni scorsi venne incriminato dalla procura militare di Roma e morì nel luglio 2009, mentre era in corso l’udienza preliminare nei suoi confronti. Proprio indagando su Muhlhauser si è arrivati a Stork, ma il fatto che questi non abbia mai ripetuto la sua confessione ha reso fin dall’inizio in salita la strada dell’accusa. Una strada ancora più irta, se si pensa che l’inchiesta non ha consentito di individuare nessuno pronto a indicare Stork come componente del plotone di esecuzione. “C’era allora, come purtroppo c’è ora – ha detto il pm De Paolis – un patto tra gli appartenenti a quei reparti dell’esercito tedesco che si sono macchiati dei peggiori misfatti di non rivelare mai il nome degli autori. Il fatto sì, i responsabili no. Un disgustoso muro di omertà”.

In una delle passate udienze, uno dei sottufficiali dei carabinieri altoatesini (e bilingue) che hanno condotto le indagini, ha manifestato con un esempio tutta la sua frustrazione. “Ad un suo commilitone abbiamo fatto vedere questa foto”, ha detto, mostrando una vecchia fotografia in cui il caporale condannato è immortalato insieme ad altri suoi camerati. “Curiosamente li ha riconosciuti tutti, tranne l’imputato”. Neppure la decina di reduci italiani sentiti nel corso del processo avevano mai sentito parlare di Stork. Il procuratore, tuttavia, ha citato la consulenza tecnica disposta dagli inquirenti tedeschi e una serie di testimonianze in base alle quali il plotone cui apparteneva Stork era “sicuramente” uno di quelli in azione alla Casetta Rossa.

Essenzialmente sulla base di queste prove ha chiesto l’ergastolo per l’imputato, al quale “non vanno riconosciute le attenuanti generiche – ha detto – tenuto conto della estrema gravità dei reati, delle modalità con le quali essi sono stati crudelmente posti in essere, del totale disinteresse per le vittime anche dopo tanti anni dalla commissione dei fatti e del comportamento processuale tenuto, poichè Stork non ha in alcun modo collaborato con gli organi giudiziari”. De Paolis ha anche ricordato che a nulla vale sostenere come causa di giustificazione “che ‘quelli erano gli ordini e dovevano essere rispettati, pena la morte’. Non è vero, è una delle tante bugie. Il militare ha l’obbligo di non adempiere ad ordini palesemente criminosi, illegittimi e assurdi, come quello di uccidere altri soldati che si sono arresi: a Cefalonia ci sono stati dei rifiuti e non risulta che nei confronti di chi ha detto di no siano state adottate sanzioni. Partecipare ad un plotone d’esecuzione era una libera scelta, chi ha ucciso in modo così vergognoso era consapevole della totale antigiuridicità e illegalità della propria condotta”.