Mi aspetta seduto sulla poltrona, accanto alla finestra. “Gliel’avevo detto che sono un catorcio” esordisce, ma poi mi regala una delle conversazioni più profonde che si possano desiderare. A rispondere alle mie domande, nella sua casa di Firenze, è Pietro Pinna,obiettore di coscienza nel 1948, quando non c’erano alternative al servizio (di uccisione) militare, se non il carcere per disobbedienza. Carcere che Pinna, allora poco più che ventenne, accettò: perché la nonviolenza, mi spiegherà, è anche disposizione al sacrificio.

Ma si rendeva conto della portata di quel gesto o si aspettava reazioni diverse? “Io ero come un topolino in gabbia; a quel tempo son stato in prigione, cosa potevo fare? A quei tempi non c’era la radio, non entravano i giornali. Corrispondenza… potevo corrispondere con una lettera al mese. Stavo in uno spazio ristretto. È stata colpa degli altri, che hanno cominciato a parlarne”

Minimizza, Pietro Pinna: nonviolenza è anche umiltà. Ma bisogna dar atto a quella sua decisione, avversata da tutti i partiti dell’epoca e mal tollerata da chi immaginava la rivoluzione come una presa di coscienza collettiva e non come un’azione individuale, di aver aperto la discussione pubblica sul tema dell’obiezione di coscienza: l’Italia non disponeva di alternative per chi volesse servire il Paese senza collaborare alla guerra. Il dibattito seguito al suo gesto contribuì in maniera decisiva allo sviluppo della normativa sul tema.
Furono in molti a criticare quella sua scelta: non solo, come ci si potrebbe aspettare, l’estrema destra dell’MSI, ma anche la Democrazia Cristiana e la sinistra.

Tra coloro che non lo fecero ci furono i suoi genitori. Prima, mi spiega, per difficoltà culturali o, meglio, di istruzione: la madre semianalfabeta e il padre con la quinta elementare non si sentivano in grado di discutere con lui, diplomato in ragioneria; e poi, aggiunge, era sempre stato un ragazzo di buoni principi, che non aveva mai dato problemi: certo, c’era il dispiacere di vederlo in quella situazione, “ma non me l’hanno fatto pesare”.

A spingerlo ad agire, non un fatto preciso: “Le cose sono sempre complesse. Posso citarne uno: si era appena usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, che io avevo vissuto in pieno e nel periodo più fervido che è dato all’essere umano dalla sua esistenza, cioè tra i tredici e i diciotto anni, e che vissi in tutti i suoi aspetti: le distruzioni materiali, i crolli morali, la dissipazione spirituale. Dinamiche che parevano doversi riproporre, con l’acuirsi dello scontro tra i blocchi dei vincitori: chi aveva avversato il nazismo era pronto a riproporre gli effetti distruttivi della guerra. Gli schieramenti, poi, si riflettevano anche sul dibattito politico-ideologico italiano: “Era una situazione intellettuale e morale per me insostenibile.” rivela. Ma la situazione pubblica si riflette sul privato: “Ero cresciuto fondando la vita su questi elementi più spirituali, che avevo visto invece travolti ignobilmente durante la guerra. In quel deserto, nonostante ciò, anzi, in ragione di ciò, cioè dell’affossamento di quegli ideali, io continuavo a mantenerli in me e a volerli rendere sempre vivi e operanti.” Chi tiene ai valori spirituali (non necessariamente religiosi nel senso confessionale del termine, tiene a precisare) non può che avversare la guerra, anche nella sua preparazione attraverso il servizio di leva, perché essa contiene un “elemento corruttore” di quei valori spirituali stessi.

Valori spirituali che Pietro Pinna deve aver ritrovato in Aldo Capitini: “dovrebbe leggerlo” mi consiglia. E ci tiene a teorizzare, a distinguere tra la pace (armonia indefinita a cui tutti, dall’uomo comune al papa, affermano di mirare a prescindere dalle loro azioni per assicurarla) e la nonviolenza aviolenta (cioè una generica assenza di offese al prossimo che rischia di tradursi troppo spesso in inazione), entrambe diverse dalla nonviolenza specifica, che invece è una concezione etica e universale. Saggiando continuamente la mia comprensione sul tema, si sofferma allora sul significato della nonviolenza, fino a prescriverne le condizioni: essa ha anche un peculiare metodo di azione, che vede nel rispetto della verità e, quindi, nell’obiettività di valutazione anche delle tesi dell’altro, il primo cardine. Ma anche accettare il compromesso che diminuisca le distanze, che non significa compromissione né rinuncia delle proprie posizioni sulle questioni di principio, e la gradualità nei mezzi di applicazione sono altre regole da imporsi perché la nonviolenza divenga norma di vita.

Teme di annoiarmi, si scusa. Ma, con la semplicità di chi ha vissuto, è riuscito a sintetizzare, in una chiacchierata di poco più di un’ora, quel che decine di filosofi e scrittori hanno cercato di definire in anni di studio e divulgazione: come, cioè, le scelte individuali di una persona possano portare a risultati collettivi, nel momento in cui quella persona pretende da sé per prima il rispetto di quei valori morali che vuol “mantenere vivi e operanti”, accettando le conseguenze, anche se ingiuste, che tale decisione comporta.

Per dirla con don Milani, “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”. Pietro Pinna l’aveva capito prima di altri in quel lontano 1948. Essersi sottratto alla tentazione di allora e spiegarlo in modo tanto naturale ancora oggi è un insegnamento del quale non lo ringrazieremo mai abbastanza: la laurea ad honorem che i Corsi di laurea in Scienze della Pace di Pisa hanno deciso di conferirgli forse può essere un buon inizio.

(Questo testo risale al novembre 2012, all’indomani della mia intervista a Pietro Pinna)