La Cassazione e l’Agenzia delle Entrate hanno stabilito che l’obolo non è dovuto. Ma l’Automotoclub Storico Italiano continua a pretenderlo e le Regioni, enti pubblici, stanno dalla parte dell’associazione, che è privata, e dicono agli utenti di pagare se vogliono godere di un loro diritto. Perché? E’ la domanda che si pongono ogni anno le migliaia di automobilisti possessori di un’auto che ha più di 20 anni e che fanno richiesta dell’Attestato di storicità, che consente ai proprietari delle auto ‘storiche’ di pagare una tassa di circolazione agevolata. Il certificato lo rilascia l’Asi, che per farlo pretende l’iscrizione di proprietario e veicolo ad uno dei suoi club territoriali, ma varie sentenze, tra cui quella della Suprema Corte del 15 febbraio, hanno stabilito che l’iscrizione non è dovuta. Eppure l’associazione di Torino e quasi tutte le Regioni non smettono di richiederla, mentre l’Asi da semplice club di appassionati è diventata monopolista nel settore e si arricchisce sempre di più: i 12 milioni messi a bilancio nel 2011 sono diventati 16 nel 2012.

A regolare la materia è l’articolo 63 della legge n.342 del 2000: “Sono esentati dal pagamento delle tasse automobilistiche” auto e moto che abbiano compiuto i 30 anni d’età, ma anche gli “autoveicoli e motoveicoli di particolare interesse storico e collezionistico per i quali il termine è ridotto a 20 anni”. Quali veicoli sono di interesse storico? Quelli “costruiti specificamente per le competizioni”, “a scopo di ricerca tecnica o estetica” e quelli che pur “rivestano un particolare interesse storico e collezionistico in ragione del loro rilievo industriale, sportivo, estetico o di costume”. A stabilire che un veicolo abbia queste caratteristiche è l’Attestato di storicità: l’Asi lo rilascia dietro iscrizione ad uno dei suoi club affiliati che costa minimo 100 euro. Ma secondo il fisco e la giurisprudenza l’iscrizione non è dovuta.

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione 112/E del 29 novembre 2011, ha stabilito che in base alla legge 342/2000 non è prevista “per il riconoscimento del regime di favore l’iscrizione nei registri tenuti dall’Asi”. La medesima cosa ha sancito la Cassazione con la sentenza 3837 del 15 febbraio 2013, che cita sia la legge che la risoluzione del fisco: “La disciplina di legge che qui rileva non impone certo ai cittadini l’iscrizione all’Asi come presupposto per beneficiare dell’esenzione, (…) sicché suonerebbe assolutamente estranea al precetto normativo la pretesa che esenzione e vincolo associativo costituiscono un binomio necessario”.

Questo nella teoria, perché quando si cominciano a fare le pratiche per l’agevolazione, la musica cambia. Abbiamo chiamato il Centro assistenza tasse automobilistiche della Regione Lazio – gestito da Aci – e abbiamo domandato: “Per avere il bollo agevolato per un’auto storica serve l’iscrizione all’Asi?”. La risposta dell’operatore: “Sì, deve fare l’iscrizione”. Contrariamente a quanto spiegato sul sito della Regione, che cita la Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate. A quel punto l’utente intenzionato a pagare il bollo ridotto chiama uno dei club territoriali federati con Asi e pone di nuovo la domanda: “Sì, deve iscriversi sia al nostro club che all’Asi – risponde l’operatore di una delle 20 associazioni affiliate presenti a Roma – dopo 90 giorni le arriverà a casa l’attestato”. Le altre regioni? Al telefono gli impiegati degli uffici tributi di Abruzzo, Marche, Valle d’Aosta e Basilicata rispondono che “serve l’iscrizione all’Asi”. Sul sito della Regione Molise si legge che il beneficio è accordato “mediante l’iscrizione” all’Asi; lo stesso si legge sui siti delle province autonome di Trento e Bolzano. In Liguria hanno diritto all’esenzione “i veicoli che risultano iscritti nei registri Asi”. Insomma le Regioni, tranne Umbria, Puglia, Piemonte (riconoscono anche l’Attestato rilasciato da altri club), Lombardia e Toscana (dove esistono tasse fisse da cui però sono esenti gli iscritti all’Asi) stanno dalla parte del club e non dei cittadini, né del fisco.

Eppure l’iscrizione non è dovuta, lo dicono anche i più insigni tributaristi. Anche se dal 2011, in virtù del decreto legislativo 68/2011, “le regioni disciplinano la tassa automobilistica regionale”, la sentenza della Cassazione e la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate restano valide. “In ogni caso – spiega Livia Salvini, professore ordinario di Diritto Tributario nell’Università LUISS – Guido Carli di Roma – per prevedere la necessità dell’iscrizione all’Asi la Regione dovrebbe approvare una legge, perché non basterebbe una delibera di giunta, che non è una fonte normativa ma una fonte secondaria. Non è un caso che l’Emilia Romagna (l’unica Regione insieme al Veneto ad averlo fatto dopo il 2012, ndr) sia intervenuta con una legge regionale”. Risultato: le Regioni che dal 2011 si sono dotate di una legge per obbligare all’iscrizione sono nel giusto, le altre no.

Ma c’è di più. La legge potrebbe non bastare: “Secondo la sentenza della Corte Costituzionale n. 288 del 19 dicembre 2012, la tassa automobilistica regionale non è un tributo regionale “proprio”, bensì derivato – spiega Eugenio della Valle, professore ordinario di diritto tributario alla Sapienza di Roma – quindi la Regione non può escludere esenzioni già previste dalla legge statale e non può negare l’esenzione dal bollo a chi non si iscrive all’Asi perché l’iscrizione, hanno stabilito la Corte di Cassazione e l’Agenzia delle Entrate, non è un presupposto per usufruire dell’esenzione”.

Le Regioni, però, vanno avanti e l’Asi incassa. L”iscrizione si può effettuare solo in uno dei club affiliati e costa tra i 100 e i 300 euro. Di questi 41,32 euro finiscono nelle casse dell’Asi. I guadagni sono elevati. In Italia le auto con oltre 20 anni di vita, spiega l’Aci, sono 4 milioni e 100 mila, un veicolo circolante su 10. Non tutte, ovviamente, sono auto storiche e hanno diritto al bollo agevolato. Ma un’idea della crescita del fenomeno la danno i numeri forniti dall’Asi che, si legge sul sito, “è una Federazione composta da 263 club federati e 38 club aderenti, che riunisce circa 202.000 appassionati”. Nel 2007 i soci erano 100 mila, la metà; nel solo 2011 sono cresciuti di 62 mila unità. Quanti sono i veicoli certificati? “Oltre 45.000, con un incremento annuo di circa 3.000 unità”, si legge ancora sul sito. Una crescita vertiginosa che si traduce in bilanci sempre più ricchi. Il bilancio 2012 è stato chiuso a quota 16.009.940 euro, quando nel 2011 era stato di 12.420.437. Alla voce “Ricavi istituzionali” (10.265.196 in totale) le quote associative (tra le iscrizioni rinnovate e quelle nuove) sono il capitolo più nutrito e ammontano a 8.340.773. E la relazione sulla gestione registra “un incremento del 7% circa dei proventi derivanti dall’attività istituzionale dovuto principalmente alla continua crescita delle iscrizioni”.