Aggiornamento del 17 Ottobre 2013, ore 11.10
Dopo il Consiglio dei ministri di martedì era circolata una bozza della legge di stabilità che prevedeva contributi quindicennali di 80, 120 e 140 milioni per costruzioni navali militari. In totale dunque 5,1 miliardi. Una bozza successiva riportava invece contributi ventennali dello stesso importo, per un totale pertanto di 6,8 miliardi di euro. Le cifre dell’articolo devono dunque essere rilette alla luce di questi nuovi importi. Da notare come in tutti i materiali distribuiti dalla Presidenza del consiglio alla stampa e visibili sul sito governo.it mai venga fatto cenno a questi finanziamenti straordinari. Il che la dice lunga sul tentativo di non far sapere le cose all’opinione pubblica. (TDM)

Letta non ha detto una parola. Sulle linee guida della legge di stabilità distribuite dopo il Consiglio dei ministri di ieri sera non se ne trova traccia. Sui giornali idem. Insomma, i 5 miliardi di euro per nuove navi militari non si vedono  praticamente da nessuna parte. Eppure nella legge di stabilità ci sono, eccome se ci sono. Per l’esattezza 5,1 miliardi pudicamente inseriti non tra le spese militari ma tra i sostegni ai cantieri navali. Sia mai che un Paese che fa solo rilassate missioni di pace in Afghanistan, Iraq e altrove e che fa solo pacifiche basi militari a Gibuti, pensi ad armarsi. 

Questo il testo originale: “Al fine di assicurare il mantenimento di adeguate capacità nel settore marittimo a tutela degli interessi della sicurezza nazionale anche nel contesto degli impegni assunti dall’Italia in ambito internazionale, nonché per favorire il consolidamento strategico della base dell’industria nazionale navalmeccanica e cantieristica ad alta tecnologia”. Questa la traduzione per i più sempliciotti tra di noi: “Per aumentare le capacità militari della Marina Militare italiana e per assecondare gli ordini degli americani e della Nato, nonché per militarizzare completamente i cantieri navali italiani tanto delle costruzioni mercantili non ci interessa perché sono robetta per i sottosviluppati”, eccetera. 

Aspetta, non è finito. Perché il post-democristiano Letta non scrive “stanziamo 5,1 miliardi in tot anni” ma “è autorizzata la concessione di tre contributi quindicennali di 80 milioni di euro a decorrere dall’anno 2014, di 120 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015 e di 140 milioni di euro a decorrere dall’anno 2016”. Ovviamente “contributo” fa meno impressione di “spesa” in un bilancio che, per il resto, taglia dappertutto: pensioni, contratti, assistenza sanitaria. Per il vocabolario Treccani contributo è “quello che si dà, quale propria personale offerta, per il raggiungimento di un fine al quale collaborano più persone”, oppure “contribuzione dello stato o di altri enti pubblici a favore di opere di bonifica, di industrie”. Ma contributi alle Forze armate è difficile da spiegare almeno dal punto di vista terminologico e del senso comune. E ovviamente dire “tre contributi” di 80, 120 e 140 milioni fa molto, ma molto, ma molto (tre volte molto) meno impressione che scrivere “340 milioni l’anno per 15 anni”. Solo per raffronto e per evitare che i soliti pacifisti ci speculino indegnamente sopra, nella medesima legge il fondo nazionale per l’autosufficienza, compresa l’assistenza ai malati di SLA, prevede per il 2014 la bellezza di 280 milioni. Mica 80, 90 e 110 milioni. No 280 milioni tutti tondi e interi. Vuoi mettere. 

Ma è in questo sottile calembour semantico che sta l’altro imbroglio. Questi soldi non appariranno mai, jamais, never, nie nel bilancio della Difesa. Né oggi né nei prossimi quindici anni. Perché andranno dritti al Ministero per lo Sviluppo economico il quale li girerà immantinente al Ministero della Difesa il quale li userà senza perdere un attimo per pagarsi delle belle navi nuove di zecca. 

E sapete quali navi ci compreremo? Il mix definitivo non lo sappiamo (d’altronde, sono contributi, mica spese), ma accetto scommesse sul fatto che la maggior parte di queste non-spese militari serviranno a comperare un po’ di unità di quella che viene già denominata la “classe De Giorgi”, dal nome dell’attuale Capo di Stato maggiore della Marina. Il signor De Giorgi le illustrò alle commissioni difesa qualche mese fa quando chiese un decina di miliardi per impedire, parole sue, “che la Marina muoia”.  Sono navi pudicamente descritte come “pattugliatori d’altura”. Oggi i pattugliatori dislocano (pesano per l’incolto) al massimo 1500 tonnellate. I “De Giorgi” sono tra le 3500 e le 4000 tonnellate. Una fregata classe “Maestrale”, che oggi costituisce la linea principale della Marina, disloca 2500 tonnellate. Altro che pattugliatori. Sono delle belle e grandi navi da guerra a tutti gli effetti.  Poi De Giorgi può dire che ci fanno il soccorso in mare e la protezione civile e magari anche la “Barcolana”, ma credo che gli venga da ridere anche a lui quando lo racconta. 

Comunque questo ammiraglio deve avere delle insospettate capacità divinatorie. Dieci giorni fa, a La Spezia, aveva detto. “Basterebbe accendere tre mutui in tre anni, di 80, 120 e 140 milioni, per avviare un programma di costruzione di otto navi. Sono cifre alla portata del Governo, che permetterebbero anche di avviare un indotto importante e di dare una mano all’Ilva. Altrimenti, nel 2025 non saremo più una forza operative” (sicuro, c’è anche l’Ilva da salvare con questi soldi, forse Letta avrebbe dovuto essere più accorto nella stesura dell’articolato).

L’ammiraglio ordina, il Governo esegue. Tutto come scritto nero su bianco nella Costituzione.