E’ una vicenda che può sembrare marginale, e siccome riguarda in parte alcune parole usate in una delibera comunale, e in parte i metodi con cui si prova a ricostruire un tessuto democratico fortemente compromesso ci sarà chi penserà: “Ecco, si va a pescare il pelo nell’uovo”, oppure: “Ci sono cose ben più importanti e urgenti”. E’ sempre così, specie quando della politica, in Italia, si occupano le donne. Ma se in tante, e diverse, a Milano si stanno appassionando, discutendo animatamente e confliggendo su due parole usate in un documento pubblico, allora forse è il caso di soffermarsi a ragionare sul perché.

Intanto perché il teatro di questo dibattito è Milano, non una città qualunque: il laboratorio avviato, prima, durante e dopo la sofferta lotta per l’elezione a sindaco di Giuliano Pisapia (che ha rotto decenni d’incontrastato governo di destra), è stato salutato come un modello al quale ispirarsi e nel quale sperare di poter intravedere il germe del cambiamento per avere indicazioni nuove nella gestione della cosa pubblica.

In particolare il laboratorio pisapiano ha coinvolto moltissime donne, femministe e non, che hanno da subito sostenuto il sindaco e partecipato ai tavoli di discussione e progettazione della nuova Milano, tavoli nei quali si è cercato di disegnare una città che non fosse solo a misura di donna, ma che assumesse i desideri e i bisogni delle donne come paradigma per tutta la collettività: dai trasporti alla casa, dal lavoro alla convivenza alla gestione degli spazi pubblici.

Per questo sta facendo discutere un passaggio della delibera (dall’intento meritorio) presentata a fine giugno dalla giunta, su “Indirizzi fondamentali in materia di pubblicità discriminatoria e lesiva della dignità della donna” nella quale si propone di contrastare la diffusione della pubblicità sessista.

Cinque le tipologie di messaggi che si vogliono contrastare: 1) rappresentazioni di atti di violenza fisica o morale o immagini che incitano atti di violenza; 2) le immagini volgari, indecenti, ripugnanti, devianti da quello che la comunità percepisce come “normale”, tali da ledere la sensibilità del pubblico; 3) i messaggi discriminatori e/o degradanti che, anche attraverso l’uso di stereotipi, tendono a collocare le donne in ruoli sociali di subalternità e disparità; 4) la mercificazione del corpo, attraverso rappresentazioni o riproduzioni della donna quale oggetto di possesso o sopraffazione sessuale; 5) i pregiudizi culturali e gli stereotipi sociali fondati su discriminazione di genere, appartenenza etnica, orientamento sessuale, abilità fisica e psichica, credo religioso.

Il testo della delibera è stato distribuito e reso pubblico a settembre nel corso di un convegno dal titolo “Quando comunicazione fa rima con discriminazione”, e per molte donne è stata una sorpresa, mentre alcune critiche era già arrivate in precedenza in un blog di giovani attiviste milanesi.

Il punto che fa discutere è il numero 2, perché in esso ci sono due parole importanti: ‘normale’ e ‘comunità’. In molti luoghi virtuali si stanno mettendo a disposizione materiali di discussione sull’ambiguità, pericolosità dell’uso leggero delle parole in documenti pubblici: se è vero infatti che le parole sono pietre, e che in particolare le parole che la politica usa nei suoi documenti pubblici fanno scuola e sono da esempio, allora, dicono le attiviste milanesi, in varie prese di posizione pubbliche e molto dibattute quiqui e qui (con un intervento video) bisogna fare molta attenzione.

Chi decide cosa è normale? A quale comunità si fa riferimento? Se è vero che i processi di democrazia partecipata attraverso i tavoli a Milano sono stati un grande passo avanti nel governo della città perché la delibera non è stata condivisa e discussa prima con le donne, in modo da evitare approssimazioni e superficialità?

Uno dei risultati più importanti del nuovo governo milanese è stato la forte presenza di donne nelle istituzioni e l’altrettanto qualificato e assiduo coinvolgimento femminile nei processi decisionali: qui non si tratta di un conflitto tra donne di potere e cittadine, ma di un inedito e auspicabile confronto che porti a migliorare, nelle parole come nella pratica sostanziale, un atto importante per l’ecologia simbolica della città. Oltre al dibattito milanese abbiamo già alcuni frutti interessanti dell’impegno creativo femminile sulle politiche di genere in Italia: nel 2012 il primo regolamento comunale sessuato a Imola, che ha creato un precedente, il fiorire di laboratori permanenti di donne in molte città, tra le quali Torino e Genova.

Nell’avvilente prova che la politica istituzionale offre a livello nazionale c’è da fare il tifo per la dialettica di queste donne, che provano, nel segno di Lisistrata, a filare la tela della buona politica.