Nell’immaginario comune le Hawaii sono il luogo delle corone di fiori e delle feste sulla spiaggia. Non per Giacomo Giorli, 32enne originario di Empoli, per cui sono diventate sinonimo di casa, ma soprattutto, di lavoro. Dopo una laurea in scienze naturali, Giacomo ha cominciato l’attività di ricercatore. E quella che quattro anni fa lo ha portato da Firenze, dove ha frequentato l’università, a Honolulu, per un dottorato in oceanografia “è stata praticamente una scelta obbligata”. Obbligata come quella di molti altri giovani italiani che decidono di dedicarsi al campo della ricerca: “Avevo delle possibilità di dottorato anche qui in Italia, ma senza essere stipendiato non me lo potevo permettere – racconta – Qui è diverso. In tutti gli Stati Uniti non si fa un dottorato senza un’adeguata copertura economica. Nelle università di questo Paese sei assunto dal dipartimento in cui ti trovi e fai parte dello staff accademico”.

Giorli è partito nel 2009, grazie a una borsa di studio Fullbright (fondi messi a disposizione per scambi di studio, ricerca e insegnamento nelle università Usa). Se varcare il confine italiano è stata quindi un’esigenza – complice anche il settore particolare in cui opera, l’acustica subacquea, per il quale in Italia “non c’è un centro specifico” – la scelta della meta è avvenuta perché “il laboratorio dove lavoro è molto famoso nel mio campo. Qui mi occupo di registrare i suoni subacquei per capire la distribuzione di animali, navi e sonar”. Il dottorato durerà cinque anni, prolungabile fino a sei, ma una volta finito questo periodo, di tornare in Italia non se ne parla. O meglio, la volontà ci sarebbe, ma si scontra con l’impossibilità di proseguire il percorso intrapreso: “Se qualcuno mi chiamasse tornerei. Potrei lavorare all’università, ma avrei un contratto da un anno, come tutti i ricercatori”.

Questo soprattutto a causa “di una mentalità italiana non aperta – riflette Giacomo – che rispetto alla sfera lavorativa offre meno vantaggi”. Molto diversa da quella statunitense, dove vengono messe a disposizione risorse per la ricerca e tutto viene visto come un investimento sul futuro della nazione, “un’opportunità per generare benessere e ricchezza”. Grazie a una burocrazia più snella, poi, “il Paese è caratterizzato da un maggiore dinamismo e da una grande voglia di fare, che si accompagna a una concreta possibilità di realizzare i propri progetti”.

Insomma, “a Honolulu sanno che chi è qui, c’è per produrre. Chiunque apporta le proprie conoscenze alla società e di conseguenza porta lavoro. Chi non è produttivo viene allontanato. L’Italia da questo punto di vista manca di lungimiranza. Basta pensare al settore dei brevetti: da noi manca un’industria associata alle ricerche che vengono sviluppate. Negli Stati Uniti invece credono molto nel lavoro svolto, vige la politica ‘quello che facciamo, poi ce lo ritroviamo’”. E per farlo, si investe molto sui giovani, anche stranieri: “Io a 32 anni sono considerato praticamente vecchio”.

E i 12mila chilometri di distanza che separano Italia e Hawaii sembrano essere ancora di più per quanto riguarda lo stile di vita: “Qui è un’eterna estate, tutto è meno formale e si vive principalmente durante il giorno. Si prediligono le attività all’aria aperta, si fa molto sport, si va al mare e le persone sono meno pigre”. Una confessione? “Lo stereotipo della vita da spiaggia un po’ è vero. Io vado in laboratorio in pantaloncini e ciabatte e tutti si vestono con la classica camicia a fiori, anche i direttori di banca”.