Domenico Quirico ”ha subito due false esecuzioni con una pistola”. E due volte ha tentato di scappare dai suoi sequestratori, venendo subito ripreso e punito “in maniera molto pesante”. A raccontarlo è Pierre Piccinin, il compagno belga di prigionia del giornalista italiano, che svela in un’intervista alla radio Bel RTL alcuni dettagli del sequestro in Siria, durato cinque mesi.

“E’ stata un’odissea terrificante lungo tutta la Siria con diversi spostamenti”. “Non era sempre lo stesso gruppo che ci teneva prigionieri” – prosegue Piccinin – “e questi gruppi erano molto violenti, molto anti-occidentali e islamici anti-cristiani”. Al quotidiano “Le Soir” Piccinin ha anche raccontato come è iniziato il sequestro: “Il 6 aprile siamo entrati in Siria. Due giorni dopo eravamo a Qusseir, ed è là che l’esercito siriano libero (Asl) ci ha arrestato e poi passati alla brigata Abu Ammar, dal nome del suo capo”. “E’ gente mezza pazza – spiega Piccinin -, più banditi che islamici, più o meno legati al movimento Al-Farouk, uno dei principali gruppi ribelli anche se è un pò scoppiato in questi ultimi tempi”.

“Abbiamo subito violenze molto dure”, racconta lo studioso belga alla radio. “Ora fisicamente va bene, nonostante le orribili torture che abbiamo patito, Domenico ed io: umiliazioni, vessazioni, false esecuzioni. Domenico ha subito due false esecuzioni con una pistola. Ad un certo punto abbiamo pensato che ci avrebbero uccisi perché ci hanno detto che eravamo diventati un problema e che si sarebbero dovuti liberare di noi”. “

Con Quirico – aggiunge Piccinin –  ”abbiamo cercato di scappare due volte. Una volta, abbiamo approfittato del momento della preghiera e ci siamo impadroniti di due kalashnikov”, ha raccontato Piccinin. “Per due giorni abbiamo attraversato la campagna prima di ricadere nelle mani dei rapitori e poi di farci punire molto seriamente per questo tentativo d’evasione”. 

Sto bene, malgrado le prove subite – ribadisce Piccinin – Il mio amico Domenico è un pò più provato, ma ha 62 anni, comunque è uno sportivo che ha fatto delle maratone. E’ stata dura. Ma ci siamo fatti forza l’un l’altro, anche psicologicamente”. “A poco a poco, poi, abbiamo capito che vi erano delle trattative dietro le quinte che implicavano gli italiani. L’Italia ha una buona esperienza di queste situazioni”, ha raccontato Piccinin. “All’inizio di agosto ci hanno chiesto di fare un video per provare che eravamo in vita. Poi, verso il 23 agosto ci hanno posto delle domande personali come il nome del mio gatto, un’idea di mia madre suggerita ai negoziatori italiani, in modo che i nostri rapitori potessero convincere quelli che negoziavano in Europa che eravamo effettivamente ancora in vita”.

Lo studioso belga ha anche detto la sua sulla crisi siriana e la dibattuta questione del presunto utilizzo di armi chimiche da parte di Damasco. E secondo Piccinin, non è il regime il responsabile dell’attacco con armi chimiche del 21 agosto scorso, a seguito del quale gli Stati Uniti potrebbero intervenire militarmente in Siria. “E’ un dovere morale dirlo”, ha affermato, spiegando di aver ascoltato insieme a Quirico una conversazione tra i ribelli a riguardo. “Non è il governo di Bashar al-Assad ad aver utilizzato il sarin o altri gas alla periferia di Damasco. E mi costa ammetterlo, perché dal maggio del 2012 sostengo fortemente l’Esercito libero siriano nella sua giusta lotta per la democrazia“.

Su quest’ultime dichiarazioni, però, è arrivata la replica di Domenico Quirico, che ha smentito di essere a conoscenze di fatti che proverebbero che non è stato il regime ad utilizzare le armi chimiche: “E’ folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas”, ha detto Quirico al suo giornale, La Stampa. “Eravamo all’oscuro di tutto quello che stava accadendo in Siria durante la nostra detenzione, e quindi anche dell’attacco con i gas a Damasco”, ha raccontato Quirico. “Un giorno però – ha aggiunto – dalla stanza in cui venivamo tenuti prigionieri, attraverso una porta socchiusa, abbiamo ascoltato una conversazione in inglese in inglese via Skype che ha avuto per protagoniste tre persone di cui non conosco i nomi. Uno si era presentato a noi in precedenza come un generale dell’Esercito di liberazione siriano. Un secondo, che era con lui, era una persona che non avevo mai visto. Anche del terzo, collegato via Skype, non sappiamo nulla”. “In questa conversazione – prosegue la ricostruzione di Quirico – dicevano che l’operazione del gas nei due quartieri di Damasco era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l’Occidente a intervenire militarmente. E che secondo loro il numero dei morti era esagerato”. “Io non so – conclude Quirico – se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell’affidabilità, né dell’identità delle persone. Non sono assolutamente in grado di dire se questa conversazione sia basata su fatti reali o sia una chiacchiera per sentito dire, e non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta”.