Si è spento a Roma a 79 anni lo scrittore, giornalista e regista Alberto Bevilacqua, una delle firme più importanti che Parma ha visto nascere e crescere. Bevilacqua era nato nella città ducale il 27 giugno del 1934, ma da anni risiedeva a Roma, dove è morto nelle prime ore del 9 settembre. Da mesi era ricoverato in terapia intensiva nella casa di cura Villa Mafalda, dopo che lo scorso 11 ottobre era stato colpito da uno scompenso cardiaco.

Poco più che ventenne, Bevilacqua aveva cominciato a pubblicare i suoi primi scritti sui giornali locali come la Gazzetta di Parma. Poesie, racconti, poi nel 1955 il primo romanzo “La Polvere sull’erba”, apprezzato anche da Leonardo Sciascia. Fu solo l’inizio di quel successo internazionale che arrivò nel 1964 con “La Califfa”, di cui Bevilacqua diresse in seguito anche la versione cinematografica, come anche quella di“Questa specie d’amore”, “Le Rose di Danzica”, “Bosco d’amore”. È con “La Califfa”che Bevilacqua dà il via alla serie di indimenticabili figure femminili che caratterizzarono numerose altre sue narrazioni, molte delle quali si ispirano alla città ducale e alla gente di provincia, svelandone a volte il doppio e controverso volto,come nell’opera degli anni Novanta “GialloParma”.

A Parma l’autore rimase sempre legato e anche dai salotti letterari più importanti della capitalericordava le proprie origini nel quartiere popolare dell’Oltretorrente. “Parma è la città dove sono nato – scriveva sulla sua pagina web – Una città che è sempre stata divisa in due parti nette, separate da un torrente: la parte degli eredi delle grandi aziende e dei duchi – oggi dei ricchi, titolari dei grandi capitali del mondo economico, e l’Oltretorrente – dove sono nato io, un quartiere povero, specialmente quando ero bambino, ma ricco di genialità. Qui ho assimilato i primi scontri sociali, le prime infamie razzistiche”.

Proprio al quartiere in cui era nato, Bevilacqua aveva dedicato nel 1962 il libro “Una città in amore”, poi ripubblicato vent’anni più tardi in una nuova versione, che narrava le imprese dell’eroe Guido Picelli e della Parma antifascista. Anche negli ultimi anni a Roma non distoglieva mai lo sguardo dalla sua città natale, “una città che ho ‘odiosamato’” – scriveva lui, intervenendo spesso nei dibattiti cittadini su quello che accadeva tra piazza Garibaldi e le nuove zone periferiche.

Legato da sempre alla Bassa e al Po, Bevilacqua aveva poi spiccato il volo per la capitale, distinguendosi per il suo talento. Nel 1966 aveva vinto il premio Campiello con il romanzo “Questa specie d’amore”. Poi arrivarono gli altri riconoscimenti: il premio Strega nel 1968 con “L’occhio del gatto”, il Bancarella con “Un viaggio misterioso” nel 1972 e con “I sensi incantati” nel 1991.

Negli ultimi tempi, secondo quanto riferito dai medici della clinica, le condizioni dello scrittore erano altalenanti. Dopo che si era sentito male ed era stato ricoverato, l’inizio del 2013 era stato segnato da alcune polemiche tra i famigliari di Bevilacqua, che riguardavano proprio la permanenza dell’uomo nella clinica. La compagna Michela Macaluso aveva denunciato i medici e la Procura romana aveva aperto un fascicolo e nominato un tutore. Secondo la donna, il compagno doveva essere trasferito in una struttura pubblica attrezzata per le sue cure e per questo si era scontrata con la sorella Anna Bevilacqua, che era di parere contrario. La vicenda era finita in tribunale e tra ricorsi vari da entrambe le parti, era stato nominato come tutore dello scrittore l’avvocato Gabriella Bosco. Alla notizia della morte dell’autore, i legali della compagna di Bevilacqua hanno chiesto che venga eseguita un’autopsia per accertare la causa del decesso.