Dai tappi delle bottiglie di spumante pronti a saltare alle tribolazioni e alle angosce. E’ bastato un solo giorno per spegnere gli entusiasmi dentro il centrodestra. La nota del Quirinale era stata accolta tra grida di giubilo e sospiri di sollievo: sì, Napolitano ci ha ascoltato e ci ha indicato la via. Ma, secondo quanto raccontano i giornali (tutti e di ogni corrente di pensiero), a dare una scrollata ai berlusconiani già sognanti è stato proprio lui, il Cavaliere. Così l’idea di un “è morto il re, evviva il re” è stata sepolta dai dubbi e dal malumore dello stesso Silvio Berlusconi. “Mezza grazia può diventare disgrazia” titola Libero. Perché Giorgio Napolitano, certo, ha riconosciuto la figura di leader, ma ha anche detto di rispettare la sentenza definitiva e che l’unica strada sarebbe la richiesta di grazia. Ma, è il ragionamento dell’ex presidente del Consiglio, non è una passeggiata ed è per questo che i suoi legali (già festanti: “Siamo pronti a preparare la domanda per il Quirinale”) sono stati subito zittiti. Non è affatto una strada indolore perché, in prima battuta, Berlusconi ammetterebbe così che la sentenza va accettata e quindi è legittima, che non c’è nessun complotto, che lui è un frodatore del fisco, che è un pregiudicato. Secondo: in attesa dell’esame della domanda di grazia il Cavaliere inizierebbe comunque a scontare la pena, domiciliari o affidamento ai servizi sociali che possano essere. Terzo, banalmente: la domanda di grazia – pur valutata “attentamente” come ha fatto scrivere Napolitano nel suo comunicato – potrebbe essere respinta: questa potrebbe essere un’ulteriore umiliazione da aggiungere al fatto che a quel punto il percorso che lo porterebbe agli arresti domiciliari per un anno sarebbe un’autostrada a 4 corsie. 

Fin qui la prima delle inquietudini di Berlusconi. La seconda, se possibile, lo preoccupa ancora di più: il voto della Giunta per le elezioni sulla sua decadenza. Il Pdl pare derubricarlo da settimane e invece per l’ex capo del governo è il nodo scorsoio di tutta la storia: fondamentale e difficile da sciogliere. Il Pd voterà sì, perché a prescindere dai balbettamenti delle ultime due settimane tutti i dirigenti hanno dichiarato che la sentenza va rispettata e applicata: lo ha detto Guglielmo Epifani pochi minuti dopo la pronuncia della Corte di Cassazione, ma lo ha ribadito anche Matteo Renzi (“La legge è uguale per tutti”). E allora, se Berlusconi dovesse essere “espulso” dal Senato, cosa resterebbe del governo? Cosa della maggioranza delle larghe intese? E’ un circolo vizioso, secondo Berlusconi: perché sa che finché tiene in piedi il governo gli resta una possibilità di ottenere una soluzione “politica”, ma se venisse cacciato da Palazzo Madama sarebbe difficile non reagire in qualche modo e tenere ancora sotto controllo i cosiddetti “falchi”. Da qui la preoccupazione per il voto della Giunta per elezioni. Anche perché il Movimento Cinque Stelle fa di tutto per accelerare (aveva chiesto anche di anticipare la riunione ad agosto), il presidente Dario Stefàno sembra intenzionato a rispettare tutti i tempi (senza andare per le lunghe) e comunque il voto finale potrebbe arrivare prima ancora dell’esecuzione della pena. Questo cosa significa? Che Procure e tribunali “di tutta Italia”, come recita la vulgata dei sostenitori e dei collaboratori di Berlusconi, arriverebbero a bussare alla porta per le inchieste più diverse. Senza contare che già sulle sue spalle porta il carico di altre 4 inchieste e di due condanne in primo grado (una a 7 anni, peraltro). Perdere l’immunità di senatore: è questo il più grande pensiero del Cavaliere.

I legali di Berlusconi hanno infatti un mese per avanzare richieste di affidamento in prova ai servizi sociali dopodiché saranno il tribunale di sorveglianza e la Procura, già dal 15 ottobre, a decidere come Berlusconi dovrà scontare l’anno di reclusione che, al netto dell’indulto, resta dei 4 confermati dalla Suprema Corte. E qui si inserisce il terzo incubo del Cavaliere. Perché il tribunale non è la cassetta della posta: i giudici di sorveglianza potrebbero decidere di respingere un’eventuale richiesta di affidamento in prova. Per il quale pesano molti fattori, per esempio, come sottolinea per esempio La Stampa, non aver mai ammesso la propria responsabilità né aver accettato la sentenza come tale, anzi. 

Sullo sfondo il cruccio più grande. Il Pdl e Berlusconi hanno sempre parlato di “agibilità politica”. Ma neanche Napolitano ha tracciato con precisione. Garanzie non se ne vedono. “Faccia come Grillo, il leader dall’esterno del Parlamento” gli dice Massimo D’Alema. Ma il leader dai domiciliari sembra una cosa troppo grande anche per Berlusconi. Ecco allora che il governo – che a quel punto a Berlusconi non “servirebbe” più – potrebbe avere davvero le ore contate.