Una delle contraddizioni più profonde del liberismo italiano è quella di voler ‘fermare il declino’ ignorando la crisi in atto.

  • Con ‘declino’ ci si riferisce al rallentamento dello sviluppo della capacità produttiva del paese (crescita della produttività del lavoro ed altri fattori impiegati); la cura sono le riforme strutturali.
  • Con ‘crisi’ ci si riferisce al non utilizzo (disoccupazione) di parte dei fattori, a causa della depressione della domanda aggregata; la cura è lo stimolo alla domanda (e ci sono 25 modi diversi per realizzarlo).

È ormai chiaro – dai dati che giungono da tutta Europa – che ‘la crisi’ falcia la capacità produttiva molto più di quanto le riforme strutturali non riescano ad ampliarla. C’è però un’altra contraddizione nella strategia liberista, che impregna il Pd e ‘Repubblica’. Le politiche di austerità, le riforme strutturali (p.es. ulteriori liberalizzazioni del mercato del lavoro), le nuove istituzioni e regole (p.es. il Fiscal Compact, le riforme costituzionali) che vengono proposte non corrispondono affatto a quelle necessarie per ‘fermare la crisi’, che oggi l’elettorato (giustamente) chiede. Nella visione paternalista dei liberisti i (loro) esperti sanno quali politiche fanno bene al popolo; il popolo bue invece non lo sa o – se lo sa – non ha il coraggio di affrontare ‘i costi di breve termine’: come un bambino ha paura dell’iniezione. La crisi è la grande occasione per imporre le riforme necessarie a portarci nel paradiso neoliberista: l’austerità serve a prolungare crisi, allarme, dolore, e far accettare la cura. Ma bisogna anche coartare la volontà popolare, rendendo le istituzioni meno democratiche. E ciò aggrava il declino del paese.

Consideriamo le riforme più condivisibili: i tempi della giustizia, la P.A., la gestione delle grandi imprese, l’abolizione dei conflitti d’interesse, dei sussidi alle imprese, le liberalizzazioni, un antitrust libero da condizionamenti politici, ecc. Hanno mai riflettuto i liberisti sul perché queste riforme, pur così necessarie, non si riesce a farle? Semplice: perché la democrazia non funziona. Perciò le lobbies riescono sempre a prevalere sull’interesse generale perpetuando posizioni di rendita che paralizzano il merito, la qualità, l’invenzione, l’innovazione. Solo una democrazia pluralista, partecipata, inclusiva, dove il potere è contendibile, diffuso, rappresentato da poteri diversi che si controllano e si equilibrano a vicenda, può far prevalere interessi molto generali e dispersi, e bloccare i tentativi di privilegiati di intercettare le risorse destinate alla produzione di beni pubblici o di distorcere le regole. Se i liberisti pensano di far passare queste riforme riducendo ulteriormente la democrazia, s’illudono.

La crisi economica – è vero –  rappresenta un’occasione per deviare il corso della Storia: ma in quale direzione? Nel 1933 Roosevelt guidò l’America verso il New Deal e lo Stato sociale; Hitler portò la Germania alla reazione iper-nazionalista. E molte ‘svolte politiche’ e ‘rivoluzioni’ (pacifiche o meno), condotte nel nome della libertà ma realizzate da un gruppo ristretto, hanno prodotto regimi altrettanto illiberali di quelli abbattuti. Quando nuovi leader arrivano al vertice di istituzioni ‘estrattive’, perdono ogni interesse a modificarle. Famoso il caso degli ufficiali marxisti che nel 1974 rovesciarono l’imperatore etiope, poi uno di loro, Menghistu, s’insediò nel palazzo imperiale e governò come un Ras. Le istituzioni hanno molta inerzia…

La Costituzione italiana nacque invece da un dramma profondo e generale. Gli Uomini che presero il potere nel 1945 erano l’espressione di un vasto coinvolgimento collettivo. Perciò avevano un solo obiettivo: limitare il potere, e conservarlo sottomesso al controllo popolare. La Costituzione del ’48 fu la base del boom economico; la politica promuoveva interessi molto ampi. Da allora, la Costituzione è stata sempre più calpestata; nell’ultimo ventennio la ‘casta’ si è consolidata; e l’economia ha preso a stagnare. Nel 2008 è arrivata la crisi: quando i tecnocrati europei (e i loro terminali politici) hanno fallito, gli elettori – nonostante lo volessero – non sono riusciti quasi per niente a sostituirli. Ecco perché democrazie funzionanti sono essenziali per la crescita! In Marzo, per qualche settimana il sistema politico italiano è sembrato in bilico: Rodotà avrebbe favorito un’apertura? Poi la Storia ha preso un’altra direzione. La Costituzione è ora apertamente il bersaglio delle larghe intese, perché è l’ultimo argine alla concentrazione del potere.

Sembra che i cittadini abbiano perso. Tutta l’Italia è occupata dalla casta. Tutta? No! Un villaggio di irriducibili patrioti resiste ancora e sempre all’invasore. Uno di questi è Fabrizio Barca, che ha elaborato una proposta seria per affrontare il declino partendo dall’Art.49 Cost. (impone la democrazia nei partiti, ma è inattuato). Rendere il Pd un partito partecipato, contendibile, democratico, cambierebbe anche gli altri partiti. La proposta di Barca è ponderosa e prolissa, ma è anche profonda, capace di incidere sugli incentivi del sistema politico. Alcune idee forza:

  • La P.A. e i politici non hanno in sé le conoscenze per governare una società complessa ed avanzata. Occorre un metodo di governo che utilizzi i saperi diffusi nella società.
  • Se funzionari esperti della P.A. scandagliassero le soluzioni proposte da università, think-thank, Ong, per proporre opzioni di alto livello ai governanti? I politici continuerebbero a malgovernare (a fare i propri interessi), a meno di una forte spinta politica dei cittadini.
  • Occorre un partito ‘dei cittadini’, controparte dei governanti. Perciò bisogna separare gli incarichi nel partito, nelle assemblee elettive, negli organi esecutivi.
  • Abolire il finanziamento pubblico obbliga a puntare sul finanziamento dal basso, e a conquistarsi la partecipazione con una vera democrazia interna.

Ammiccano intanto venditori di fumo, pifferai, piacioni, rampanti. Meditate, gente, meditate.