La condanna emessa il 29 luglio nei confronti dello scrittore e attivista Raif Badawi  – sette anni di prigione e 600 frustate – per aver espresso pacificamente le sue idee online, è solo l’ultima di una serie di vergognose violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita.  

Il tribunale di Gedda ha condannato  Badawi per aver creato e diretto un forum online, “Liberali dell’Arabia Saudita”, dove sono apparsi post anonimi e che è stato considerato offensivo verso l’Islam, per aver insultato simboli religiosi nei suoi tweet e post su Facebook e per aver criticato la Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (la polizia religiosa)  e le autorità che si sono schierate contro l’inclusione delle donne nel Consiglio della Shura.

Lo stesso giorno, l’avvocato di Badawi, il noto difensore dei diritti umani Waleed Abu al-Khair, è comparso in tribunale per la 13sima sessione del suo processo, che va avanti da 20 mesi, per l’accusa di aver ridicolizzato il sistema giudiziario saudita.

Solo nel mese di giugno, sono state condannate almeno 11 persone per essersi espresse online.

Il 24 giugno, il tribunale penale speciale di Dammam ha condannato sette uomini a pene da cinque a 10 anni di prigione per aver scritto post su Facebook a sostegno di un detenuto appartenente al clero sciita dell’Arabia Saudita nella provincia occidentale del paese, dove erano state represse molte manifestazioni.

Lo stesso giorno le autorità hanno condannato Abdulkareem Yousef al-Khoder, professore di diritto islamico e co-fondatore dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra) a otto anni di prigione e al divieto di viaggiare per 10 anni, per accuse vaghe come disobbedienza al sovrano, incitamento al disordine attraverso la convocazione di manifestazioni, danneggiamento dell’immagine dello stato mediante diffusione di false informazioni a gruppi stranieri e coinvolgimento nella fondazione di un’organizzazione non autorizzata.

In precedenza, a marzo, le autorità avevano condannato altri due co-fondatori dell’Acpra, Abdullah bin Hamid bin Ali al-Hamid e Muhammad bin Fahad bin Muflih al Qahtani, a cinque e 10 anni di carcere e di divieto di viaggiare, per simili vaghe accuse.

Il 17 giugno, il tribunale penale speciale di Gedda ha condannato un attivista di spicco per i diritti umani, Mikhlif bin Daham al –Shammari, a cinque anni di prigione seguiti dal divieto di viaggiare per 10 anni, per il suo pacifico attivismo per i diritti umani.  

E ancora a giugno, due attiviste per i diritti umani, Wajeha al-Huwaider e Fawzia al-Oyouni, sono state condannate a 10 mesi di prigione per aver tentato di aiutare una donna che le autorità ritenevano stesse sfuggendo al controllo del marito.

Oltre alle misure repressive contro gli attivisti e le organizzazioni, le autorità dell’Arabia Saudita stanno cercando di eliminare la presenza online e gli account sui social media degli attivisti e delle associazioni, come hanno fatto col sito web di Badawi. Hanno ordinato di chiudere l’account sui social media dell’Acpra lo stesso giorno in cui l’associazione è stata sciolta.  Decine di donne e uomini arrestati nei mesi scorsi sono stati obbligati a cancellare il proprio account sui social media e sono stati minacciati di subire una condanna più lunga se avessero parlato pubblicamente del loro caso o usato internet per impegnarsi in attività pubbliche.

Il fatto che gli attivisti vengano arrestati e condannati sulla base del contenuto dei loro tweet o dei loro messaggi su Facebook suggerisce che le autorità sorveglino strettamente lo spazio pubblico online, anche attraverso misure atte a monitorare e controllare software criptati di social network come Viber, Skype e Whatsapp.

A marzo, è trapelata una lettera “confidenziale e urgente” da parte della Commissione saudita per le comunicazioni e la tecnologia informatica che chiedeva ai provider internet di “fare tutti i passi necessari  per ottenere un controllo di sicurezza sulle comunicazioni”. In una seguente lettera, sempre “confidenziale e urgente”, la Commissione ha poi chiesto a tutti i provider di informare le autorità sui progressi fatti per monitorare le applicazioni dei social media e, in assenza di progressi, di rendere note le loro capacità tecnologiche per chiuderli. Subito dopo Viber ha annunciato che i suoi servizi erano bloccati, anche se sono stati ripristinati dopo pochi giorni.