Il 9 marzo, l’Arabia Saudita ha nuovamente detto al mondo cosa pensa dei diritti umani. Lo ha ribadito poi quattro giorni dopo, con un’esecuzione settupla.

Ma torniamo a sabato 9. Quel giorno, il tribunale penale di Riad ha condannato Abdullah bin Hamid bin  Ali al-Hamid (66 anni) e Mohammad bin Fahad bin Muflih al-Qahtani (47 anni) a, rispettivamente, cinque e 10 anni di carcere. Il giudice ha anche annullato un precedente provvedimento di grazia del re, ripristinando parte di una condanna inflitta nel 2005 ad al-Hamid, che pertanto è destinato a passare, in totale, 11 anni in prigione. Al termine della pena, entrerà in vigore per entrambi un divieto di espatrio per una durata equivalente a quella della condanna detentiva.

Al-Hamid e al-Qahtani si sono permessi di “peccare”. Nell’ottobre 2009 avevano fondato un’organizzazione non governativa, l’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra), che aveva iniziato a denunciare violazioni dei diritti umani e ad assistere, nei loro ricorsi, i familiari delle persone detenute senza accusa né processo.

La sentenza del 9 marzo ha anche ordinato lo scioglimento dell’Acpra, la confisca delle sue proprietà e la chiusura dei suoi account sui social media.

Tradotto nel vocabolario legislativo del regno saudita, aver fondato l’Acpra ha comportato, per al-Hamid e al-Qahtami, la commissione dei seguenti reati: rottura del vincolo di fiducia con la famiglia reale, offesa alla famiglia reale, messa in discussione dell’integrità delle autorità, tentata minaccia alla sicurezza, incitamento ai disordini mediante convocazione di manifestazioni, diffusione di informazioni false a gruppi stranieri, violazione dell’art. 6 della legge sull’informazione tecnologica e costituzione di un gruppo privo di autorizzazione.

Nota a margine: la “messa in discussione dell’integrità delle autorità” si riferisce all’accusa dell’Acpra nei confronti dei giudici, di accettare confessioni rese sotto tortura.

Un altro co-fondatore dell’Acpra, Saleh al-Bajady, sta scontando una condanna a quattro anni, che sarà seguita da un divieto d’espatrio di cinque anni, inflittagli dal tribunale penale speciale di Riad il 10 aprile 2012. I reati? Aver preso parte alla costituzione di un gruppo privo di autorizzazione,  aver procurato danno all’immagine dello stato attraverso i mezzi d’informazione, aver sollecitato i familiari dei detenuti politici a svolgere proteste e sit-in, aver contestato l’indipendenza del potere giudiziario e aver posseduto libri proibiti.

Al-Hamid è uno dei più noti dissidenti dell’Arabia Saudita. Il suo primo arresto risale al 2004, quando invocò pubblicamente la necessità di riforme politiche. Condannato a sette anni nel maggio 2005, ottenne la grazia dopo tre mesi dal nuovo re Abdullah. Nel marzo 2008, un secondo arresto e una condanna a quattro mesi per “incitamento alla protesta”. Nel 2012, l’ultimo arresto.

Al-Qahtani era presente alla prima udienza del processo contro al-Hamid. È stato lì che lo hanno informato che una settimana dopo sarebbe iniziato il suo…
Con queste condanne, le autorità saudite hanno definitivamente mostrato la loro incapacità di considerare lecita qualsiasi opinione che non sia la loro.