Per capire chi fosse Silvio Berlusconi non serviva la condanna. Per misurare l’uomo e la sua personalissima visione del codice penale come catalogo di opzioni, bastava la sua storia: off shore, fondi neri, frodi fiscali e anche tangenti, erano già nei documenti e nelle cose. La sentenza della Cassazione però è importante. Perché ristabilisce un principio: la legge è uguale per tutti, anche per chi è ricco e potente. E perché, a partire dai prossimi giorni, permetterà agli elettori di soppesare non l’ormai pregiudicato Cavaliere, ma i suoi colleghi. Gli altri rappresentanti del popolo italiano.

Pensare che il verdetto Mediaset segni un punto di svolta destinato, sia pure lentamente, a risolvere il problema della devianza delle nostre classi dirigenti è, infatti, da ingenui. In politica, in economia e finanza, nell’industria, nella cosiddetta società civile, i Berlusconi abbondano. E paradossalmente, proprio adesso che hanno visto il loro campione finire nella polvere, puntano al bersaglio grosso. Vogliono giocare l’ultima partita per conquistarsi tutto il piatto: contro-riformare la giustizia (che pure di riforme vere ne avrebbe bisogno come il pane) e una volta riscritti i codici far approvare l’amnistia.   

Per questo, come in uno di quei b-movie che tanto piacevano al suo “socio occulto Frank Agrama” – regista tra l’altro del cult horror demenziale Dawn of the mummy in cui un gruppo di procaci modelle risveglia la mummia dal suo sonno eterno –  il leader del Pdl prova a rilanciare. Torna al passato, al 1994.  Annuncia la rinascita di Forza Italia, medita un colpo di teatro (magari le proprie dimissioni dal Senato per evitare di essere dichiarato decaduto) e chiede a pieni polmoni la grande riforma.

Non fossimo in Italia ci sarebbe da ridere. In altri Paesi un neo-pregiudicato che pretende di stabilire le nuove regole con cui amministrare la giustizia, non finisce agli arresti domiciliari o ai lavori socialmente utili. Viene portato direttamente in manicomio.

Qui invece Berlusconi ha un solo cruccio: essere arrivato per secondo. Perché prima di lui, e subito dopo la sentenza, ha parlato l’Eterno Presidente, Giorgio Napolitano, che dopo aver elogiato le toghe e il comportamento tenuto nelle ultime settimane, ha precipitosamente auspicato la grande riscrittura. Per il Quirinale adesso che Berlusconi è quasi fuori ci sono condizioni favorevoli “per l’esame, in Parlamento, di quei problemi relativi all’amministrazione della giustizia, già efficacemente prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso”.

Ovviamente basta dare un’occhiata ai partecipanti alle riunioni del Pdl coordinate dal noto imputato Denis Verdini, osservare il gruppo in Senato presieduto dall’indagato per fatti di mafia, Renato Schifani, o guardare alle aule di giustizia dove si processa il Pd Filippo Penati e, tra molti tentennamenti, si porta avanti il caso Mps, per rendersi conto dell’esatto contrario.

Ma pur volendo sorvolare sui dettagli, a lasciare a bocca aperta è il progetto. Il programma della riforma, infatti, c’è già. Ed è quello scritto, subito prima della rielezione di Napolitano, dai 10 supposti saggi (“il gruppo di lavoro”) da lui scelti per stilare con largo anticipo l’accordo sulle altrettanto larghe future intese.

Si tratta di una sorta di nuovo codice pro-Casta in cui i tecnici di fiducia del Presidente della seconda nazione più corrotta d’Europa indicano, con dovizia di particolari, i provvedimenti con cui depotenziare le intercettazioni telefoniche, abbreviare i tempi d’indagine, mettere una mordacchia alla stampa, intimorire i magistrati (c’è la creazione di una sorta di Csm di secondo grado i cui membri sono nominati un terzo dal parlamento e un terzo dal Presidente della Repubblica), abolire in caso di assoluzione l’appello, rendere più difficili le manette.

Ecco allora che diventa chiaro perché il Pdl voli basso e garantisca ancora il suo appoggio al governo Letta. Una riforma del genere, e la conseguente amnistia con maggioranza di due terzi, può passare solo se viene votata pure dal Pd (Luciano Violante che sedeva tra i supposti saggi l’ha già approvata).

Andare ad elezioni, salvo che la situazione precipiti, a Berlusconi non conviene. Meglio per il pregiudicato proprietario della destra, dipingersi come vittima, sparare balle a raffica raccontando, con le lacrime in tasca, che i procedimenti contro il suo gruppo sono partiti solo dopo la sua discesa in campo, dire di aver subito “50 processi” e sostenere che Mani Pulite non fu un’indagine anti corruzione, ma un’operazione politica ideata per cancellare i partiti dell’allora maggioranza. Meglio piangere, dire bugie e possibilmente fottere (gli italiani)

Intanto molti altri piccoli Berlusconi crescono e seduti un po’ ovunque in Parlamento non vedono l’ora di mettersi al lavoro. Quello che non ha fatto il maestro forse riusciranno a farlo loro.