Oh mamma! Il debito pubblico ha sfondato quota 130%, e l’economista ed editorialista di Repubblica Alberto Bisin ripropone austerità cum riforme strutturali. Il sito Wallstreetitalia mi ha chiesto che ne penso: ma l’intervista pubblicata contiene affermazioni sopra le righe in cui non mi riconosco: “Sono per le soluzioni estreme!” (figuriamoci), “Bisin… difende un sistema di pensiero con cui ha fatto carriera!” (non so nulla della carriera di Bisin), ecc. Altre presunte mie dichiarazioni le hanno prese da un articolo di Maggio, facendo confusione. Ieri ha risposto Bisin inviperito… Non ci sto a farmi trascinare in una rissa: non giova a fare chiarezza. E poi Bisin mi era anche simpatico. Perciò replico sul mio blog, in altro stile.

Prima i punti in comune. Il debito pubblico è quasi fuori controllo. Rischiamo di finire molto male. Per salvarci occorre tornare a crescere: è il punto cruciale. Altrimenti si devono prendere provvedimenti straordinari (ristrutturare il debito, o altro), meglio prima che dopo. La vendita di asset pubblici e la patrimoniale sono strade poco utili. Fin qui siamo più o meno d’accordo. Da qui iniziano le divergenze.

Dice Bisin: “L’aumento del debito è dovuto anche alla recessione che limita le entrate. Questo è un problema che speriamo tenda a risolversi da se con un po’ di crescita a breve trainata dall’estero” (trainata, cioè, dalla domanda estera di prodotti italiani). E io sono basito. Dopo 5 anni, sul problema cruciale, la proposta del neoliberismo italiano è: speriamo nello stellone!

Dopodiché, arrivano altre proposte, su altre questioni. E io basisco al quadrato. Primo, se il problema è l’insufficienza della domanda, uno si aspetterebbe delle idee su come alimentare la domanda. Se ho la polmonite e 40 di febbre, non m’interessa una cura per… l’artrite! E invece Bisin torna subito alle politiche dell’offerta. Secondo: è tutto contraddetto dalla realtà. “Un po’ di crescita a breve” vuol dire, se non capisco male, che la depressione della domanda è un problema di breve periodo, che “si risolve da sé”, un problema triviale, di cui gli economisti non devono occuparsi. Però, sono cinque anni che la domanda è depressa, che i liberisti aspettano che il ciclo si riprenda, che fanno previsioni ottimiste regolarmente smentite dai fatti. Il mondo, Bisin, non va come prevede la (sua) teoria?

Questa storia della domanda e dell’offerta è bene spiegarla meglio. Fino al 2007  l’Italia cresceva poco, e in molte parti del paese c’era piena occupazione. Perché? Perché la gente al lavoro non innovava e non aumentava la sua produttività. Il vincolo alla crescita era dal lato dell’offerta: la capacità produttiva non cresceva (abbastanza). Se anche, improvvisamente, le famiglie italiane si fossero messe a spendere molto di più, il Pil sarebbe aumentato (molto)? No! Perché le risorse produttive erano già tutte utilizzate: indisponibili. L’unico modo per crescere sarebbe stato aumentare la produttività di chi già lavorava. Ergo: occorrevano riforme strutturali: della P.A., della giustizia, ecc. (occorrono ancora). Ma nel 2008 è successo un fatto totalmente nuovo: nel IV trim. i consumi sono improvvisamente crollati del 5%. Subito, nel I trim. 2009 sono crollati gli acquisti di macchinari e beni di investimento da parte delle imprese. I prodotti invenduti hanno intasato i magazzini. Perché, a ruota, la produzione è scesa? Ci hanno bombardato le fabbriche? Abbiamo dimenticato come si produce? Le imprese hanno avuto un crollo di efficienza? No, perdinci! Non sapevano più dove mettere la roba.

La domanda, da allora, è rimasta sempre molto al di sotto del ‘potenziale’ produttivo, e ha continuato a scendere. Che senso ha allora riproporre la cura dell’offerta ignorando la domanda?

Il senso è questo. Per cinque anni i liberisti hanno detto: la caduta della domanda è temporanea, di breve periodo, l’unica cosa che conta nel lungo periodo è l’offerta. Monti: “Il Pil potenziale crescerà dell’11% con le riforme strutturali…”. E quello reale? Keynes aveva ragione: “nel lungo periodo siamo tutti morti”. Cioè, solo in piena occupazione o in fasi di ciclo positivo le riforme strutturali funzionano. Ma in depressione, no. Oggi, il Pil e anche il ‘Pil potenziale’ continuano a essere falcidiati dalla crisi della domanda: imprese chiuse, imprenditori suicidi, giovani depressi, figli non concepiti, gente che se ne va, gli Ide crollati, ecc.

Bisin sostiene che l’austerità non fa male all’economia: è solo un certo tipo di austerità che fa male. “Dovevano tagliare le spese… Purtroppo invece la classe politica italiana ha agito solo sulle tasse”. Ma nel triennio 2010-2012 la spesa pubblica al netto degli interessi è scesa di venti miliardi: già fatto! Inoltre, il ragionamento di Bisin  – ‘se mi tassano lavoro meno => si riduce la capacità produttiva’ – ancora una volta ignora la natura della crisi. Un ragionamento corretto, confermato dal 98% degli studi empirici che conosco (fa eccezione Alesina), porta alla ricetta opposta: “Tasso 100 e sottraggo 60 alla domanda di prodotti italiani, 20 ai prodotti stranieri e 20 al risparmio. Poi spendo i 100 su prodotti italiani, infrastrutture, ecc. =  Domanda e Pil salgono di 100-60 = +40”. Ahimé, le tesi di Bisin sono ribadite ogni giorno dalla Bce. Altrove i responsabili economici hanno idee diverse, e si vede!

Caro Bisin, sì, sono in grado di citarLe un mio lavoro (2005) in cui critico l’allentamento del Patto di Stabilità e suggerisco di moderare la spesa per affrontare meglio le recessioni in futuro. Meno male! Altrimenti, temo, qualcuno ne avrebbe approfittato per insinuare la solita calunnia: ‘i keynesiani vogliono sempre aumentare la spesa pubblica’. Ma Lei a che titolo me lo chiede, visto che a sua volta avversa la spesa durante la recessione? Lei non sa nulla delle mie proposte per uscire dalla crisi: ora non ho spazio, ma non giudichi dalle genericità apparse su WSI. Già una volta ho avuto ragione io. ”Stracciare i Trattati Eu” non si può, e lei lo sa. Trovo curioso che voglia scegliersi gli interlocutori (possibilmente bocconiani). Non mi dilungo su altre tristezze… Ma meglio curare i malati con “acqua fresca” che con i salassi.

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Riceviamo e pubblichiamo la replica di Alberto Bisin a questo post e di seguito la relativa controreplica dell’autore: 

Ciao PierGiorgio,
 

Benissimo, Dott. Gawronki, evitiamo la rissa, la frase sulla mia carriera non mi era piaciuta. L’avevo lasciata passare proprio per evitare la rissa, mi fa piacere la disconosca.

 
Partiamo dal fondo: non mi voglio scegliere gli interlocutori, ma sono sufficiente snob intellettualmente che mi piace interloquire con chi conosce le teoria e la pratica della disciplina degli ultimi 30 anni. Il fatto che lei pensi che Tommaso Monecalli mi sia vicino perché Bocconiano (se è per questo è stato anche studente a NYU, la mia univeristà) denota proprio una completa incomprensione della disciplina. Tommaso è molto lontano da me come impostazione, ma è un economista serio e competente, con cui è un piacere discutere. Ma se non le piace la Bocconi, facciamo pure Pierpaolo Benigno, che sta alla Luiss. O Jordi Gali a Pompeu Fabra. O Mike Woodford a Columbia. Tutti keynesiani seri e solidi con una comprensione profonda dell’economia. Nessuno di loro credo si sognerebbe di prendere posizioni simili alle sue. Se lo facessero lo farebbero con ben altre argomentazioni che mi piacerebbe conoscere.  Mi spiace dirlo ma lei ripete “favole”, mi piace chiamarle così, che non hanno più spazio nella disciplina da molto  tempo e per ottime ragioni: il modello keynesiano vecchio stampo che lei usa e’ stato eliminato dalla discussione accademica fondamentalmente perché statico – non le permette infatti di capire quanto i) la spesa oggi richieda tasse domani, ii) le aspettative di tasse future diminuiscano i consumi gia’ da oggi, iii) l’inconsistenza temporale della politica economica in Italia non permetta di rimandare una austerita’ indiscutibilmente drammatica.
 
Le basterebbe guardare ad una grafico di produttività o di TFP negli ultimi 15 anni (lo confronti con la Germania) per capire che la teoria della crisi di domanda e del ciclo e’ follia (non che non vi sia una crisi di domanda ma è dovuta alla congiuntura intermazionale e alla necessita’ di rientrare sul debito impostaci dai mercato dopo decenni di politiche keynesiane vecchio stampo dissennate). Io non credo affatto che un taglio di spesa sia espansivo, ma chiunque guardi al nostro paese con occhiali non ideologici vede un livello di tassazione abnorme e estremamente distorsivo (anche a causa dell’evasione) e una spesa inefficiente e clientelare. Non occorre tirare in balle nessun economista morto né alcuna regressione di endogene su endogene per capire che la via d’uscita, in questa situazione comporta meno tasse e meno spesa. La spesa in Italia è scesa molto lievemente e solo per far spazio alla spesa per interessi (assieme a nuove tasse).
 
Le assicuro che è davvero una pena discutere così perché è chiaro che retoricamente dire al lettore che basta stampare moneta e fare spesa pubblica è più facile che non dire che lacrime e sangie sono necessarie. Soprattutto se l’interlocutore si vende come economista che critica la disciplina dall’interno, mentre non ne ha titoli e frequentazione (mi scusi, non è rissa ma è la verità: se wikipedia e Google Scholar sono corretti lei non ha studi di PhD e ha 2 citazioni su un paper vecchio di 20 anni; davvero, mi creda, non sto cercando di asserire un antipatico  “lei non sa chi sono io”, ma solo evidenziare che la qualifica di “economista” che si auto-attribuisce non e’ comparabile a quella di nessuno degli economisti che citavo sopra; non cerco interlocutori facili, al contrario, cerco interlocutori difficili).
 
Sulla questione di trattati, lei crede davvero che se non si possono stracciare sia buona cosa aggirarli? La gente come me che vive all’estero paga da anni questi stereotipi dell’italiano furbetto che aggira le regole. Spero nessuno fuori dal nostro paese legga i suoi articoli al proposito.
PS Riguardo al suo pezzo del 95, sone felice che esista, le fa onore. Me lo mandi lo loggerei con piacere.
Cordiali saluti
Alberto
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Caro dott. Bisin, Lei cerca nuovamente la rissa personale piuttosto che il confronto delle idee: evidentemente, ha difficoltà ad argomentare nel merito. E tuttavia accolgo senz’altro la Sua lettera sul mio Blog.

Il Suo tentativo denigratorio (“la qualifica di economista che si auto-attribuisce”, ecc.), ha un’origine più profonda della mera inclinazione caratteriale. È la cultura del pensiero unico che porta molti come Lei (laureato alla Bocconi, Mario Monti relatore, poi PhD a Chicago) a disprezzare ed emarginare le idee diverse dalle Vostre. Si vantava Lucas (suo professore a Chicago) che le teorie keynesiane (sic!) erano state completamente ‘eliminate’ nel suo entourage. Se questi sono i maestri, non stupiscono poi: le offese di Boldrin a Loretta Napoleoni (“Lei non è un’economista”); del Suo compagno di avventura su Repubblica, De Nicola a Krugman (“diatribe tipo Krugman – Resto del Mondo” = ‘Krugman è isolato = pazzo lui e chi gli va dietro’); la Sua allusione a ‘un economista morto’ (vuol dire: ‘i Keynesiani sono rimasti a Keynes, cioè a 60 anni fa’), ed altre falsità. La Vs chiusura ha portato a una crisi finanziaria globale, e poi a una crisi di domanda che non sapete riconoscere e tantomeno curare.

Non voglio però, per una volta, sfuggire ai Suoi attacchi personali. Noto solo che spostare il confronto dal merito delle questioni a ‘chi è più bello’ è un modo assai indiretto per stabilire chi ha ragione in un controversia. Anche un Nobel deve dimostrare di aver ragione ad un contadino: questione che Lei tratta come marginale. Ma vediamo pure. Lei ha un PhD e me lo sbandiera sotto il naso. Io ho due Master nelle migliori università europee, e non li sbandiero mai. Il PhD è uno studio molto specialistico, che viene fatto a scapito di una preparazione più ampia. Serve a mettersi sulla frontiera della ricerca di un particolare sotto-settore della teoria economica, per mettersi in grado di allargarla, producendo innovazioni teoriche; va bene per la carriera accademica. Due Master servono a dare una preparazione più vasta, meno settoriale, e a leggere quanto viene prodotto su una frontiera vasta, per utilizzarlo nel disegnare politiche economiche appropriate nelle diverse situazioni. Non per fare pubblicazioni accademiche: nonostante ciò, mi stupirei se Lei potesse vantare di aver non richiesto, bensì di aver ricevuto, come il sottoscritto, un invito a pubblicare un Suo lavoro dal principale Journal economico del mondo di settore. Suvvia, mi stupisca! Oppure la pianti di darsi arie. Sarei anche curioso di confrontare i rating che i nostri studenti ci hanno dato in passato per la qualità dell’insegnamento universitario, ma lasciamo perdere.

Ciò detto, questo dibattito poteva ancora essere fatto nel 2009, all’inizio della crisi, quando i media non avevano idea di quali economisti capissero la crisi e quali no. Ma ora, dopo 5 anni, abbiamo entrambi un track record, e sfortunatamente il Suo è disastroso, mentre il mio è impeccabile. Mi riferisco alle previsioni e alle prescrizioni che abbiamo offerto. Chi sbaglia previsioni dimostra di non utilizzare il modello giusto, di non capire i fenomeni in atto, e perciò di non essere in grado di suggerire politiche atte a risolvere i problemi nel modo migliore. Il criterio dei titoli accademici che Lei propone per risolvere questo ‘beauty contest’, oltre che distorto a favore del Suo settore di attività, implica un voler basare ogni giudizio sul pre-giudizio. È uno degli errori più gravi in cui sono caduti i nostri media. Solo per fare un esempio, Lei ha sempre affermato che la BCE non poteva far calare gli spread, io che poteva farlo con una semplice dichiarazione. Lei ha avuto totalmente torto: perché la sua concezione del central banking è ottocentesca. Fosse per Lei, non si potrebbe mai fare nulla, salvo continuare con le politiche di austerità e riforme strutturali anche dopo che sono fallite. Sfortunatamente per Lei, l’esperienza di tutto il mondo fuori dall’Eurozona dimostra che si può fare meglio. Lei deride l’idea dell’efficacia – in depressione! – della spesa pubblica, ricordandomi gli argomenti sempliciotti di Barro e dintorni. (‘Aggirare i trattati’ non è una mia espressione: lei cita dati e persone in modo sistematicamente scorretto; così le mie non-affermazioni su Monecalli). Lei deride l’idea di ‘stampare denaro’: tutto il mondo sta stampando denaro (salvo l’Europa); lo consigliano non solo i Keynesiani, ma anche gli sraffiani, i monetaristi, i buddisti, il FMI, il G20 … e Mike Woodford a Columbia! Lei può essere uno degli ultimi mohicani liquidazionisti a dissentire, e va bene, ma usando espressioni supponenti invece degli argomenti rivela più cose su di sé che su di me.

Lei nega l’esistenza di ‘soluzioni facili’ alla crisi: è il cuore del nostro dissenso, Lei se la cava con lo scherno; ma un Nobel ha scritto un libro per sostenere questa tesi! E le mie proposte sono in sintonia con quelle di molti (tutti?) gli economisti che Lei cita; sono le Sue proposte che non sono stimate da loro: interessante rovesciamento della realtà. Perciò, se vuole interloquire, Lei ha l’obbligo di argomentare: purtroppo Lei ha scelto lo stile del troll. Un esempio è quando scrive: “Le basterebbe guardare ad un grafico di produttivita’ o di TFP negli ultimi 15 anni (lo confronti con la Germania) per capire che la teoria della crisi di domanda e del ciclo e’ follia” . Conosco quei grafici alla nausea. Ma Lei dopo 5 anni ancora non argomenta il punto: cosa dimostra la relazione causale fra quel grafico, da un lato, e il crollo improvviso e prolungato della domanda e dell’occupazione, misurato da molti enti statistici Europei? Cosa prova che la disoccupazione si curi con l’aumento della produttività? Nulla. Puro vuoto pneumatico; cinque anni di arroganza: ‘è ovvio, e chi non lo capisce è un folle’, fine dell’argomento. Lei è un estremista, che nega il diritto di esistenza alle politiche della domanda che non ha mai studiato in vita Sua; e tenta di mettere il cappello sulle politiche dell’offerta (strutturali) che noi sosteniamo da sempre non solo scrivendo ma anche pagando di persona.

Per parte mia, non posso invece che confermare che – trattandosi di una crisi di domanda -, esistevano fino al 2012 soluzioni facili ed immediate. Ed anche ora che le Vostre politiche (opportunismo a parte) stanno falcidiando l’offerta, la crisi si potrebbe risolvere ancora abbastanza rapidamente: il fatto che Lei non sia capace di immaginare come non toglie che altri saprebbero farlo.