Prima l’automazione ha svuotato le fabbriche, poi computer e Internet hanno dimezzato il personale degli uffici, dalle centraliniste ai fattorini, adesso la digitalizzazione sta risalendo le gerarchie. E c’entra poco la globalizzazione, pesa di più la rivoluzione digitale, l’esplosione di software onnipresenti. Questa è la tesi di tre ricercatori canadesi: Paul Beaudry, David Green e Benjamin Sand. Per approfondire quanto da loro sostenuto vi segnalo un post su Freaknomics.com e il link al loro studio.

Gli studiosi sostengono peraltro che con l’avvento invasivo delle nuove tecnologie il mercato del lavoro si stia schiacciando di fatto verso il basso, perché la domanda di competenza negli Usa è andata salendo fino al 2000, ma di fatto da allora è in calo. Proprio Repubblica di martedì 16 luglio in un dossier ha riportato le tesi degli studiosi, argomentandole anche con un esempio molto americano: “Fino a qualche anno fa la brillante laureata in legge sarebbe entrata in un grosso studio, cominciando con lo spulciare poderosi tomi, alla caccia di qualche precedente per una causa importante. Adesso la ricerca dei precedenti la fanno i computer, a un decimo del costo”.

La tesi è audace e – ne sono convinto – troverà anche molti strenui sostenitori. Noi però proprio su questo blog raccontiamo da ormai due anni storie molto concrete di lavoratori di settori merceologici molto diversi tra loro che hanno deciso di abbracciare la rete e le nuove tecnologie, lontanissimi dal ritenerle la panacea di ogni male, ma lucidi e consapevoli che queste innovazioni possano costituire un potenziale, un valore aggiunto, un volano di crescita per la propria impresa. Ecco perché allora faccio fatica a comprendere appieno la tesi degli studiosi canadesi, pur sapendo che è applicata al mercato americano. Di fatto la realtà italiana – almeno quella che conosco io, composta da migliaia di storie di artigiani “digitalizzati” e professionisti che hanno scelto una via legata alle reti – mi racconta altro.

In ordine temporale, proprio pochi giorni fa mi sono imbattuto nella storia della lavanderia Lampo di Mortara, in provincia di Pavia. Fino a qualche anno fa semplice lavasecco, la lavanderia ha digitalizzato le attività. “Ogni capo di abbigliamento ha un microchip, ovvero un’etichetta ad altissima tecnologia, e la sua storia viene informatizzata per prevenire problemi di smarrimento o di deterioramento”, mi ha raccontato il titolare Rocco La Moglie, aggiungendo che con la digitalizzazione non ha mandato a casa nessuno e che, anzi, si è permesso anche di aumentare del 10% il tariffario sui servizi. 

Vi ho portato un esempio, ma ce ne sono tantissimi altri che potrei citare. Perché una via di riscatto può essere rappresentata davvero dalle innovazioni tecnologiche applicate anche a lavori tradizionali.