Alla fine i repubblicani del Texas ce l’hanno fatta. Il Senato dello Stato ha votato in via definitiva una delle più radicali riduzioni del diritto d’aborto mai passata negli Stati Uniti. La legge, sponsorizzata dal governatore repubblicano Rick Perry, proibisce l’aborto dopo la 20esima settimana e rende molto più rigorosi controlli e obblighi sanitario-amministrativi per i centri medici che offrono l’interruzione di gravidanza. I favorevoli alla legge sostengono che le nuove norme tutelano la salute delle donne. I contrari parlano di un modo per aumentare la pressione finanziaria sugli ospedali, in modo da provocarne la chiusura.

“Abbiamo instancabilmente difeso i più piccoli e vulnerabili tra i texani e i texani del futuro”, ha detto Perry (che è stato candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2012 e che lo sarà con ogni probabilità anche nel 2016). La legge è stata oggetto di una furibonda battaglia politica. Il voto era stato portato in Senato al termine della passata legislatura, e un ostruzionismo storico da parte della democratica Wendy Davis – che aveva parlato per ben 11 ore, senza mai potersi sedere o appoggiare allo scranno – aveva rimandato l’approvazione della misura. Da allora il clima politico si è ulteriormente scaldato. I pro-life, con addosso magliette blu, e i pro-choice, che hanno preferito indossare magliette arancio, si sono ritrovati a manifestare per giorni davanti alla sede del Senato di Austin. Dentro l’aula, il dibattito non è stato meno acceso e carico di valenze emotive. La repubblicana Jodie Laubenberg, che ha curato il progetto di legge anti-aborto per la Camera, ha tenuto il suo discorso esibendo davanti a lei un paio di scarpette da bambino. Un altro repubblicano, Jason Villalba, ha innalzato in aula il sonogramma di suo figlio a 13 settimane e urlato: “Mi batterò, e batterò, e batterò per proteggere il mio bambino”. Senfronia Thompson, una deputata democratica e leader del movimento per i diritti civili, ha invece parlato circondata da colleghi con nelle mani dei ganci in ferro, simbolo di ciò che a loro giudizio avverrà, nel caso le cliniche finiscano per chiudere.

Una serie di associazioni medico-scientifiche, tra cui l’”American congresso of obstetricians and gynecologists” e la “Texas medical association” avevano chiesto al Senato del Texas di ripensare il progetto. Un gruppo di ginecologi dello Stato avevano anche comprato intere pagine sui giornali, chiedendo ai legislatori texani di “restar fuori dalle nostre sale”. Alla fine è stato tutto inutile. La legge è passata grazie al voto dei repubblicani: 19 contro 11. I democratici hanno continuato sino all’ultimo la loro battaglia, anche se l’esito del voto era a questo punto scontato, vista la maggioranza repubblicana sia alla Camera sia al Senato. Per spiegare la tenacia della propria opposizione, il capogruppo democratico Kirk Watson ha detto: “Una conclusione prevedibile non ha mai impedito a un gruppo di cittadini fedeli a ideali di democrazia e libertà di levarsi e combattere con ogni mezzo a loro disposizione. Questo è il Texas, baby. Ricorda Alamo”. Quasi sicuro, a questo punto, il ricorso da parte degli oppositori della legge a un tribunale, per contestarne la legittimità costituzionale. Il gran numero di emendamenti presentati alla Camera e al Senato hanno avuto l’obiettivo proprio di fornire ai giudici materiale utile all’inchiesta giudiziaria.

La legge del Texas fa parte di una serie di misure restrittive che almeno 29 Stati americani hanno fatto passare negli ultimi anni. Recentemente il North Dakota ha votato una legge che rende illegale l’interruzione di gravidanza quando il feto mostri segni di anormalità cromosomiche, come la sindrome di Down. La legge blocca ogni possibilità di aborto nel momento in cui è possibile avvertire i primi segni di battito cardiaco, quindi in genere dopo la sesta settimana. In gran parte del Midwest sono del resto ormai rarissime le cliniche dove una donna può abortire. Gli “American united for life”, un gruppo che si batte contro l’aborto, ha spiegato che le decine di misure pro-life hanno soprattutto un obiettivo. Quello di provocare una reazione giudiziaria da parte dei sostenitori dell’aborto, che arrivi sino alla Corte suprema, dove sarà poi possibile cancellare la “Roe v. Wade”, la storica sentenza del 1973 che legalizzò l’aborto negli Stati Uniti.