Non ci sono veramente parole per definire la decisione adottata a maggioranza dal Parlamento italiano, con il concorso decisivo, ovviamente, degli scendi-Letta di Berlusconi del Pd, di sospendere per un giorno i propri lavori su richiesta del PdL, apparentemente pronto a tutto pur di salvare il proprio lader supremo. Colto, quest’ultimo lader, con le mani nel sacco, intento a giocare allo sport nazionale dell’evasione fiscale, quella che ci costa, secondo stime attendibili, 180 miliardi di euro all’anno, una cifra che se recuperata, anche solo in parte, consentirebbe senza dubbio di avviare a soluzione parecchi problemi, primo fra tutti quello della disoccupazione giovanile diffusa che sta equivalendo in pratica ad annientare ogni futuro di questo Paese, ridotto a terra di scorrerie e ruberie per le cricche, caste e cosche, che hanno avuto negli ultimi vent’anni proprio in Berlusconi il principale, anche se non l’unico, rappresentante e punto di riferimento.   

Tutto si tiene quindi. Si parva licet, racconterò una mia piccola esperienza personale di ieri. Per avere la ricevuta fiscale per una banale visita specialistica ho dovuto sborsare trenta euro in più. Inutile arrabbiarsi o indignarsi con la povera segretaria dello studio medico che mi ha comunicato la notizia. E’ prassi diffusa. Prassi diffusa di un Paese ormai alla frutta. 

La proterva follia del governo Letta, sostenuto in ciò improvvidamente dal sempre più drammaticamente inadeguato presidente protempore della Repubblica italiana, è stata quella di ritenere di poter risanare un Paese marcio con delle riforme istituzionali volte a verticalizzare la linea di comando, esasperando i tratti autoritari dell’attuale sistema, senza minimamente porre rimedio alle profonde e molteplici iniquità, anzi amplificandole. Nella tragica illusione, propria di ogni classe dirigente oramai vicina alla pattumiera della storia, di perpetuare il proprio dominio a prescindere dai “governati” che sempre più si vorrebbe ridurre a massa anonima e passiva, con il rimbecillimento televisivo o con il manganello delle forze repressive sempre più attive in ogni situazione.

A ciò occorre ribadire che l’unica riforma istituzionale possibile e necessaria per salvare l’Italia è la cancellazione dell’anomalia berlusconiana, con tutto ciò che essa significa ben al di là della persona e delle sue personali illegalità e intemperanze. Berlusconi non è solo un vecchio signore che si è arricchito a spese del Paese, ma è il simbolo, tradotto in italiano, delle politiche disastrose di “fiducia nel mercato” che hanno prodotto danni enormi  in tutto il pianeta e continuano a provocarli. La cultura della prevalenza del privato sul pubblico, dell’individuo spregiudicato che si impone sull’interesse collettivo.

Per farla finita con Berlusconi e con queste politiche, occorre un governo di salvezza e rinascita nazionale che mobiliti milioni di giovani, attribuendo loro un salario di cittadinanza, ed agisca davvero sui temi del risanamento ecologico, della lotta all’evasione fiscale, alla corruzione e alle spese inutili (a cominciare da Tav e F-35).

Fallita, per responsabilità prevalenti, anche se non esclusive, della leadership bersaniana e della palude piddina che tale leadership non è riuscita a governare, la possibilità di un governo di alternativa basato sull’asse Pd-Sel-Cinque Stelle, occorre tornare al più presto alle urne. Beppe Grillo ha ragione. Ogni giorno in più concesso a questo governo costituisce un ulteriore chiodo piantato nella bara dell’Italia. Tanto più se gli verrà concesso di portare a termine il suo scellerato progetto di snaturamento dell’ultima risorsa istituzionale rimasta al popolo italiano che deve difenderla a tutti i costi: la Costituzione repubblicana e il suo disegno di una società migliore, basata sull’attuazione del principio di eguaglianza sostanziale e di realizzazione dei diritti sociali oggi conculcati dai partiti, indegni successori di quelli che furono i nostri padri costituenti.