Un recente studio di Confindustria insieme a Boston Consulting Group ha messo in evidenza che nel 2012 gli investimenti esteri diretti in Italia sono crollati del 70% da 34 a 10 miliardi di dollari.

E’ un dato impressionante che conferma come molte aziende estere abbiano rinunciato ad investire in Italia, scoraggiate sia dall’incertezza imperante in materia di normativa fiscale che ha messo spesso in difficoltà gli investitori con norme confuse e spesso retroattive (caso unico, nel panorama dei paesi occidentali) ma anche da processi autorizzativi caratterizzati da tempi biblici.

E’ il caso ad esempio del gruppo Ikea che si è spesso confrontato con processi autorizzativi per l’apertura di nuovi negozi che sono durati anche 7 anni oppure con l’opposizione delle autorità locali che hanno direttamente negato l’assenso all’apertura. Per dare un’idea dell’impatto in termini economici basti pensare che ogni punto vendita Ikea comporta un investimento medio di 200 milioni di euro e l’assunzione di un numero di dipendenti variabile da 200 a 1500.

Stessa sorte un paio di anni fa per la Fiocchi di Lecco che, dopo aver atteso per anni le autorizzazioni regionali e comunali per la costruzione di un nuovo stabilimento, ha ottenuto il via in 3 settimane dalle autorità del confinante Cantone dei Grigioni, che hanno garantito anche benefici fiscali consistenti ed in parte legati all’assunzione di manodopera locale. Il titolare della Fiocchi ha voluto sottolineare, spiegando la sua decisione, che non si trattava certo di delocalizzazione visto che il costo del lavoro in Svizzera è decisamente superiore a quello italiano

I fattori determinanti che gli imprenditori trovano oltre confine sono la rapidità dei processi autorizzativi e la certezza e stabilità dei regimi normativi, in campo fiscale e non.

Qualche mese fa sono state diffuse le statistiche che danno conto di un vero e proprio boom nel numero di aziende italiane che si spostano in Canton Ticino, aumentate di quasi il 20% nel solo 2012 ed attratte dalla celerità dei processi burocratici nonché da una fiscalità pressoché dimezzata rispetto a quella italiana. Il risultato, scontato, è una perdita netta nel gettito tributario e nel numero di occupati anche perché oltre all’azienda, emigrano anche i titolari ed i manager con le loro famiglie

Lo studio di Confindustria mette in evidenza un altro dato preoccupante: le imprese multinazionali in Italia rappresentano solo lo 0,3% delle imprese attive ma i loro investimenti in Ricerca e sviluppo sono oltre il 24% del totale. Incentivare la loro fuga dall’Italia non fa che impoverire il paese, sempre più caratterizzato da produzioni a basso valore aggiunto che si trovano a competere con quelle dei paesi emergenti, i quali possono però contare su un costo del lavoro molto inferiore e sulla possibilità di effettuare svalutazioni competitive della propria moneta, possibilità preclusa all’Italia da quando ha adottato l’euro