Dal 6 luglio non è più previsto alcun incentivo per i nuovi impianti fotovoltaici. Questo non significa la fine della storia delle celle solari in Italia, anche se qualcuno vorrebbe decretarne la marginalità.  

Certo, la campagna contro le rinnovabili incrementerà la sua recrudescenza e, con il sostegno di Assoelettrica,  si cercherà di alzare  l’asticella della “parity grid” e di ostacolare i necessari processi di decarbonizzazione. Sono parecchi gli indizi di una svolta involutiva e di un ritorno al passato. La miopia della Strategia Energetica Nazionale, varata alla chetichella e sotto la sponsorizzazione delle lobby dei fossili, si è trasformata in orientamento anche del connivente governo delle “larghe intese”. L’asservimento della stampa e dei media alla campagna contro gli incentivi alle rinnovabili ha portato il dibattito pubblico a considerare i 6,7 miliardi di euro l’anno per il fotovoltaico come sinonimo di “spreco” o di “bolla speculativa che ha favorito gli stranieri”, con un accanimento che va dal Corriere  ai giornali di provincia. Da ultimo, l’Authority per l’Energia, anziché dare un contributo positivo all’attuazione dei traguardi fissati per L’Europa dal pacchetto 20-20-20 e ai profondi mutamenti legati all’intensa penetrazione delle rinnovabili e allo sviluppo di nuove tecnologie, tratta la generazione distribuita come fuga dal mercato e addita nel sostegno alle fonti naturali la responsabilità delle alte tariffe che gravano su cittadini e imprese. Forse trascura che almeno 25 terawattora di produzione fossile presso gli insediamenti storici della manifattura italiana sono da sempre esentati dalla copertura dei costi del sistema elettrico e ricadono in bolletta.

A questo proposito Legambiente ha elaborato un dossier che individua oltre 5 miliardi di Euro dove si potrebbe intervenire subito, tra sussidi alle fonti fossili, oneri impropri, sconti in bolletta ai grandi consumatori di energia elettrica. Secondo poi l’Irex Annual Report 2013 il bilancio costi-benefici della crescita delle rinnovabili, considerando dunque la spesa per gli incentivi e i vantaggi (riduzione prezzo elettricità, rischio petrolio, emissioni di CO2, effetti sull’occupazione e sul Pil), è ampiamente positivo con benefici netti compresi tra 19 e 49 miliardi. Stessa cosa non si può dire per i 52 miliardi di euro che complessivamente abbiamo regalato e stiamo continuando a regalare a inceneritori e centrali inquinanti e da fonti fossili, attraverso il meccanismo del CIP 6 pagato con le bollette.

In definitiva, secondo i calcoli più precisi, su un totale di una bolletta tipo per una famiglia (511 €/anno), cresciuta di ben il 53% in dieci anni, gli incentivi per le rinnovabili sarebbero pari al 16%: poco meno di 7 € a famiglia ogni mese, mentre la differenza di prezzo con l’Europa è dovuta soprattutto al prezzo del gas e alla valutazione del petrolio.

Il colmo arriva ora con un documento dell’Authority (DCO 183/2013/R/EEL) rispetto alla generazione distribuita. In base ad esso i costi di mantenimento e sviluppo della rete e del sistema elettrico (inclusa l’incentivazione delle rinnovabili) non devono più essere ripartiti in base all’utilizzo del sistema (misurato dai prelievi di elettricità dalla rete), ma dei consumi: se copro quindi parte del mio fabbisogno con un impianto fotovoltaico sul tetto, questa diventerebbe base imponibile incrementale rispetto a quella intercettata dal contatore! In sostanza, l’energia che viene prodotta, consumata e/o venduta senza passare dalla rete, dovrebbe pagare gli oneri di utilizzo della rete stessa. Insomma, si incolpano le rinnovabili di delitti altrui, senza considerare i benefici diretti (riduzione del prezzo dell’elettricità nelle ore di punta quando c’è tanto sole e riduzione delle importazioni di fonti fossili) e quelli indiretti (legati alla riduzione dell’inquinamento e delle emissioni di gas climalteranti).

Ci sarebbe invece bisogno di un provvedimento per la vendita diretta di energia tra privati e la messa a punto di norme per promuovere i sistemi di accumulo, come sta avvenendo in altri paesi europei, affinchè non si perda quest’opportunità industriale e occupazionale, riguardo a una tecnologia nella quale l’Italia è all’avanguardia. Occorre dare una scossa ad interessi e governi pigri e incapaci di guardare lontano. Dal mondo scientifico, del lavoro e ambientalista è partito un appello per una inversione di tendenza. La sua diffusione e un sostegno convinto ad esso sono un contributo per non ricadere nella trappola di chi ci vuol far camminare con la testa rivolta dietro le spalle.