A due giorni dalla sentenza Ruby che ha inchiodato Berlusconi come concussore “per costrizione” (art 317 c.p.p.) e ha raso al suolo la gigantesca operazione di ritrattazione e concertazione delle testimonianze pro-papi di Olgettine a libro paga e parlamentari nominati arrivano, più o meno attutiti per non accidentare le larghe intese, gli inviti a “farsi da parte” anche dalla  nomenclatura del Pd.

Quasi una risposta a distanza  al Giuliano Ferrara con rossetto che dal palco di Piazza Farnese ha lanciato la provocazione siamo tutti puttane?“, dato il parterre più una domanda retorica, e ha tuonato: “non è un reato essere Berlusconi, un signore che è piaciuto a milioni di cittadini”.

Sull’evidenza che per Berlusconi sia stata scritta in via definitiva l’uscita dalla scena politica e istituzionale si erano già pronunciati sia il M5S che Sel, peraltro entrambi schierati, in sostanziale solitudine, sul fronte della ineleggibilità finalmente calendarizzata dopo ostacoli di ogni sorta per i primi di luglio.  

E mentre il nuovo segretario del Pd Epifani continua a ripetere come una litania che bisogna tenere rigorosamente distinte le vicende giudiziarie di Berlusconi da quelle politiche e cioè dalla vita e dalla durata dell’esecutivo, Rosy Bindi si è domandata da subito “come può stare il Pd in una maggioranza con un partito guidato da un leader che ha già accumulato diverse gravissime condanne, che pretende l’impunità in nome della legittimazione elettorale e non perde occasione per attaccare la magistratura”.

Ovviamente il tema dell’attacco alla magistratura nel Pd è stato ancora una volta oggetto del più assordante e vile silenzio e nonostante le formali prese di posizione di Letta dopo la manifestazione antigiudici di Brescia, alla passerella dell’orgoglio Bunga-Bunga di piazza Farnese, elettrizzata dalla presenza della fidanzata del Capo, hanno sfilato ed inveito contro “le toghe comuniste” parlamentari e ministri berlusconiani rappresentanti delle varie anime: Santanché,  Lupi, Cicchitto…

Da ultimo, e naturalmente senza nemmeno sfiorare le reazioni truci, agli antipodi dei principi  ispiratori di qualsiasi democrazia liberale di cui si riempiono la bocca i partner di governo del Pd, è intervenuto persino Massimo D’Alema per dire testualmente che “Berlusconi avrebbe dovuto lasciare la politica da tempo, anche per ‘non scaricare’ i suoi problemi giudiziari sulle istituzioni e la speranza è che tutto questo non abbia un contraccolpo sul governo…  ma non spetta a me spetta al suo partito”.

Evidentemente l’aria europea di Bruxelles deve averlo ispirato positivamente, anche in senso retrospettivo, sul rapporto che nei sistemi democratici compiuti deve esistere tra legittimazione elettorale, eguaglianza davanti alla legge ed indipendenza tra i poteri dello stato.

Naturalmente D’Alema, secondo il suo stile consolidato, parla come se avesse vissuto il ventennio berlusconiano da cittadino qualsiasi, anzi da “turista per caso” in Italia  invece che come  fautore dell’accreditamento di Berlusconi quale statitista dalla Bicamerale in poi, sempre in nome del “primato della politica”, e del feticcio della legittimazione elettorale.

I suoi leit motiv sono sempre stati quelli di Giuliano Ferrara: Berlusconi piace a milioni di italiani, non l’abbiamo scelto noi come  partner per le riforme costituzionali né per governare insieme; il problema di questo paese non è Berlusconi ma l’antiberlusconismo ed il protagonismo giudiziario; la magistratura è il vero pericolo per questo paese.

Che per lui sia arrivato il tempo dei titoli di coda sembra averlo capito al di là del muro difensivo anche il diretto interessato ed il grosso del suo pseudo-partito se è ritornata, con tutte le smentite del caso, la candidatura dell’amazzone di famiglia, la più fidata di tutte, Marina.

Ed il solo fatto che si parli di una successione all’interno del perimetro di Arcore dà la misura di cosa è e cosa è stata l’avventura berlusconiana, di quanto sia fragile un partito che si affida ai discendenti e di come avrebbe potuto essere diversa la nostra storia recente se gli “avversari” di Berlusconi non si fossero chiamati D’Alema & co.