Sono quasi in Africa, ma sono ancora in Sicilia, nella sua punta più estrema. Sono a Noto, oltre la costa che si allunga a est.

Questo è il mare delle carrette, di Kazim, il siriano con gli occhi più verdi che avessi mai visto, lo scafista che espiava in un malandato Cpt; o del redivivo Celestine, lo scrittore profugo, perseguitato, che girava con un libro di Baricco nella sacca. O di quella Jasmine che aveva lanciato nel canale il suo bambino morto, il bambino vascello, con quale preghiera, con quale giaculatoria non saprei dire; o di Innocent appassionato di linguistica, che a Siracusa era finito nelle retrovie di un centro di accoglienza: pestato da balordi, insultato sui tram, lavorava in un prestigioso tabloid della Nigeria.

Mi vengono in mente un mucchio di storie, quella di Cecil William, di Ken Saro Wiwa, del premio Nobel Wole Soyinka. Ci sono caduti in braccio questi uomini, cioè la loro spaventosa umanità, una parabola evangelica dentro cui siamo caduti tutti, per la verità, e non ce ne accorgiamo.

La Sicilia ha qualcosa di ferale nella sua bellezza caustica a volte o insolente. Ma lo penso adesso più che mai, guardando il mare delle mie vacanze che continua a erigere lapidi, anzi a seppellirle. E’il mare delle carrette, nient’altro. Della strage del Natale del 1996, degli uomini ingabbiati come tonni, in certi abissi così esigenti, come la pietà di quel padre che raccoglieva i profughi, uno per uno, ricordando, uno per uno, la loro umanità.

La pietà ha sempre fame, questo non me lo ha detto nessuno, vorrei sentire un giorno il padre che la racconti, che esorti dal pulpito l’omelia della rivoluzione dunque dell’amore: non ci importa dei buoni maestri, il mondo non li teme, abbiamo bisogno di misericordia. Vorrei un padre che urlasse, proprio così, che urlasse dall’altare: il mondo non teme che la Misericordia. Similmente a Jaromil il poeta ne La vita è altrove di Kundera, gli uomini delle carrette, gli uomini ingabbiati come tonni erano colmi “di quel paesaggio, del dolore dei sopravvissuti” e si sentivano riempiti “da tutto questo come da un albero che fosse cresciuto(…)” dentro di loro.