Dopo l’uscita del mio ultimo post “L’insostenibile leggerezza del rapporto tra media e femminicidio” mi sono stati segnalati da un lettore due articoli online  “Femminicidio, la bolla mediatica di ultima generazione” e “Femminicidio” che analizzano il femminicidio, in modo approfondito, usufruendo di alcuni dati a disposizione. Ho trovato la loro lettura interessante, degna di nota e di ulteriori riflessioni. Gli autori vogliono evidenziare come non ci sia un’emergenza che riguarda l’ uccisione di donne e le argomentazioni riportate sono lucide e sembrano essere solide. Provo però ad approfondire alcuni concetti.

La parola femminicidio spesso non piace, tutti i termini che finiscono con il suffisso “-cidio” evocano pensieri poco attraenti (genocidio, eccidio, stillicidio, omicidio, suicidio ecc..) e vanno usati con cautela e cognizione di causa. E’ sicuramente un termine forte, giornalisticamente ben spendibile, funzionale a creare una emotività necessaria a dare vita ad un interesse, inutile negare questa constatazione. Questo non vuol dire, a mio avviso, che il fenomeno possa essere trattato esclusivamente come una bolla mediatica, ma se, per creare un ponte tra chi lo enfatizza e chi lo minimizza, vogliamo parlare di omicidi di donne, in quanto donne, da parte di uomini facciamolo pure, in questo post, ampliando il concetto di donna uccisa in quanto donna con donna uccisa in quanto la “condizione di donna” nella quale si ritrova non le permette di tutelarsi come potrebbe invece avvenire se, nella stessa situazione si trovasse un uomo, vincoli sociali, culturali e fisici determinano una sua minore protezione. L’utilizzo dei termini è molto importante, mai da sottovalutare, ma nello stesso tempo non bisogna perdere di vista i contenuti in una disamina sulla terminologia.

Se ci allontaniamo dall’Italia, in Messico, troviamo una città chiamata Ciudad Juàrez dove, dagli anni novanta, sono centinaia le donne ammazzate da uomini e altrettante sono quelle scomparse. Ciudad Juàrez è considerata la città più pericolosa del mondo, alcuni potrebbero obiettare che quindi potrebbe non fare testo, ma questo non toglie che una cosa è morire tra sparatorie legate al narcotraffico e ai poteri illegali, un’altra è perché si nasce donna in un paese dove dominano gli uomini. Possiamo parlare di uccisione di donne in quanto appartenenti al genere femminile? Si. L’uccisione di donne in quanto donne da parte di uomini esiste e ovviamente non solo in Italia.

Il femminicidio è un bollettino di guerra? Parlarne in questi termini può costituire forse una esagerazione. In una guerra purtroppo, in un anno, di solito ci sono molte più vittime di un numero compreso, grosso modo, tra le cento e le duecento unità, ma anche se ci può essere tutto l’interesse mediatico ad enfatizzare queste morti, sono comunque vite strappate che pesano all’interno della nostra società e, se i numeri hanno la loro importanza, non sono comunque tutto.

Il rischio che si corre, parlando di femminicidio, è quello di farlo diventare semplicisticamente interscambiabile con la violenza domestica, quindi il passaggio pericoloso è quello di identificarli permettendo che smontandone uno si smonti anche l’altro o viceversa che legittimandone uno si legittimi anche l’altro in modo aprioristico.

La violenza domestica ha maggiori dati, ma viene, talvolta, messa in ombra mediaticamente dal femminicidio, anche se  parliamo di due fenomeni che, seppur non coincidenti, hanno forti legami.

Un rapporto dell’Onu riportato su uno degli articoli citati ci dice che oggi l’Italia è uno dei posti più sicuri per le donne. Se per sicurezza intendiamo la non uccisione delle donne, i dati sono dati e vanno tenuti in considerazione, ma per sicurezza, di solito, si intende l’oggettiva condizione di assenza di pericolo (anche se è più corretto parlare di livello di sicurezza non esistendo una condizione assolutamente priva di pericolo) e le cose quindi stanno diversamente. I dati Istat sulla violenza domestica del 2007 non fanno sembrare l’Italia un paese così sicuro per le donne.

Affrontando le questioni del lavoro, della disoccupazione, dei salari, della diversa distribuzione dei generi ai vertici aziendali, pubblici e politici, accendendo la televisione, dove tette e culi imperversano, le donne saranno pure “sicure”, ma lontane dall’avere sempre le stesse opportunità che può avere un uomo, se proprio non vogliamo parlare sempre di violenza ed uccisioni.

Anche una sola donna morta ammazzata per mano di un uomo che non è riuscito a controllare le sue emozioni e talvolta i suoi istinti rimane un evento che la società deve assumersi la responsabilità di prevenire. Se l’uccisione delle donne per mano di uomini non è una emergenza, perché i dati sembrano essere più contenuti e stabili di quello che viene pubblicizzato, questo non deve giustificare il cadere nell’errore opposto ossia il minimizzare la cosa e parlarne come di un delirio delle femministe e dei media. Non è un emergenza neanche mandare le nostre truppe in missioni di guerra chiamandole missioni di pace, eppure il parlamento al riguardo si muove abbastanza velocemente e senza troppi intoppi, magari qualche risorsa potrebbe essere più funzionale ad un riequilibrio dei generi, nei vari settori, attraverso una sensibilizzazione ed una attenzione maggiore al dialogo tra il maschile ed il femminile, rimango fortemente convinto che la chiave delle pari opportunità e dei pari diritti sia un cambiamento culturale e sociale ancor prima di qualsiasi imposizione legislativa. Sono sicuro che otterremmo molto con relativamente poco.

Per ora quello che i nostri politici stanziano sono belle promesse e frasi indignate, ma di quelle abbiamo già i magazzini pieni.