Midterm, la guerra all’Iran fatale per Trump: nessun risultato e petrolio alle stelle. E lui ammette: “L’aumento dei prezzi ha influito sul voto”
Tanto ha fatto Donald Trump per vendersi come un presidente di pace che fatale gli è stata una guerra. Se la disfatta alle elezioni di midterm segna un cambio di paradigma nella politica americana che non premia più l’aggressività MAGA, bensì proposte nell’ambito delle politiche sociali, uno dei dossier determinanti è stato il conflitto scatenato dall’amministrazione contro l’Iran. Lo stesso presidente lo ha ammesso una volta diventata evidente la portata della propria sconfitta: “La guerra in Iran ha avuto un ruolo, ma ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei”.
Se questo sia vero, non è possibile saperlo. Fatto sta che gli sviluppi del conflitto avevano fin da subito fatto capire che quello di Trump era stato un errore strategico tutt’altro che secondario. La doppia campagna missilistica lanciata con l’alleato israeliano non aveva portato né all’indebolimento né tantomeno al rovesciamento del regime degli ayatollah, mentre nessun risultato apprezzabile è emerso riguardo al tentativo di limitare i progetti nucleari di Teheran e lo sviluppo del suo programma missilistico. Ha invece avuto l’effetto contrario, quello di ricompattare un Paese lacerato al suo interno in nome della resistenza contro il nemico straniero.
Ma c’è di più, ed è stato questo l’aspetto che più degli altri ha penalizzato Trump: se le guerre, in passato, hanno rappresentato una strategia discutibile di rilancio dell’economia, quella all’Iran, anche su questo, si è dimostrata un vero fallimento. L’amministrazione non aveva calcolato che la Repubblica islamica, come ritorsione, sarebbe stata in grado di colpire gli alleati di Washington nel Golfo e, con l’aiuto dei Paesi e dei gruppi che la sostengono, di imporre il blocco totale sullo Stretto di Hormuz e parziale su quello di Bab el-Mandeb. Questo ha provocato l’inesorabile aumento dei prezzi del petrolio e, di conseguenza, di gran parte dei beni di consumo. Accortosi troppo tardi del rischio connesso a questo avventurismo, il capo della Casa Bianca ha tentato di rimediare: prima cercando di piegare l’Iran con un blocco sui suoi porti che non ha portato risultati, poi minacciando una guerra ancora più sanguinosa di quella iniziata il 28 febbraio 2026 e, infine, sottoscrivendo persino un accordo con Vladimir Putin per l’acquisto di gasolio russo, offrendo in sacrificio la causa ucraina. Tutto inutile, come ha ammesso lui stesso: “La gente è d’accordo con quello che sto facendo sull’Iran, ma probabilmente non era disposta ad affrontare la conseguenza iniziale, di breve durata, di pagare di più la benzina. Sapete, lo capisco. Ma non sono d’accordo, è un problema a breve termine per un beneficio a lungo termine. Peccato”.
E così la parabola del tycoon assomiglia sempre più a quella di un suo predecessore repubblicano come George W. Bush. Anche l’ex presidente, dopo aver lanciato la War on Terror contro Al Qaeda in Afghanistan, nel 2003 decise con un falso pretesto, esattamente come Trump, di invadere l’Iraq per rovesciare il governo di Saddam Hussein. A differenza del tycoon, ci riuscì, ma le conseguenze politiche, economiche e in termini di vittime nell’esercito americano furono talmente negative che alle elezioni di midterm del 2006 i Repubblicani persero sia il controllo della Camera sia del Senato, esattamente come successo a Trump.
A Teheran sanno bene di aver dato un forte contributo alla débâcle repubblicana e lo si capisce dalle parole del presidente del Parlamento, nonché capo negoziatore nei colloqui tra Iran e Stati Uniti, Mohammad Bagher Ghalibaf: “Per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA e noi sosteniamo questo messaggio – ha scritto su X – Se il governo statunitense tradirà la volontà della propria opinione pubblica per servire i suoi padroni internazionali e i ricattatori (il riferimento è a Israele, ndr) scoprirà che il nostro NO si accompagnerà a un incubo”. Il vicepresidente del Parlamento, Ali Nikzad Samrin, ribadisce il concetto: “Il presidente americano, delirante e in cerca di vittoria attraverso la retorica nel cyberspazio, ha fallito anche in politica interna e questi fallimenti sono le conseguenze della sconfitta subita contro la nazione iraniana”. Questo non significa che a Teheran circoli ottimismo riguardo ai futuri rapporti tra i due Paesi. È stata la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, a sottolinearlo pubblicamente affermando che chi si aspetta un cambiamento nella politica degli Stati Uniti “si sbaglia di grosso”.