Nei giorni scorsi la cronaca ha raccontato di maltrattamenti nei confronti di bambini e di bambine accaduti nelle scuole materne. In quindici giorni abbiamo conosciuto tre storie di abusi che ci hanno turbato profondamente perché le autrici delle violenze erano insegnanti e perché erano donne. La distruttività  frantuma l’illusione che esista solo l’aspetto buono, accogliente e amorevole del femminile. Non c’è nulla che sia percepito come eversivo e destabilizzante come la violenza delle donne perché a loro è affidato e persino imposto, da sempre, il ruolo di protezione e cura di bambini, adulti e anziani. La violenza delle donne è percepita come profondamente “demoniaca” e fa ancora più paura di qualunque altra violenza percepita come più accettabile. La magistratura farà chiarezza sulle cause delle violenze: burn out professionale, frustrazioni accumulate o pulsioni sadiche ma quello che è avvenuto, secondo me, riguarda anche  il tradimento.

Innanzitutto il tradimento della fiducia che i bambini e le bambine nutrivano nei confronti delle maestre da cui si aspettavano protezione, cure e rassicurazioni; il tradimento della fiducia dei genitori che avevano affidato i loro figli all’istituzione scolastica; il tradimento della scuola da parte delle maestre che hanno tradito anche loro stesse.

Dobbiamo fare tesoro dei tradimenti perché ci rivelano sempre realtà scomode, quelle che non vogliamo (quasi mai) affrontare. Sogniamo mondi ordinati che non siano turbati dalla distruttività ma se vogliamo continuare il nostro impegno quotidiano con la  lotta al caos dobbiamo accantonare la paura e tenere viva la  coscienza. In questo caso la realtà che ci è stata rivelata è quella di una violenza avvenuta là dove non vorremmo nemmeno immaginarla: nelle aule colorate e piene di giochi di una scuola materna, nei confronti di bambini indifesi che avevano appena cominciato a camminare. L’errore più grande che potremmo fare è pensare che queste maestre siano mostri e collocare la violenza altrove o proiettarla dove ci spaventa meno: nella devianza e nella mostruosità o in qualcosa che non può far parte della nostra quotidianità. Riconoscere la violenza è ancora più difficile se chi la commette ha un ruolo istituzionale o di potere. Quanto gioca la disparità tra un/una  maltrattante e la vittima se quest’ultima è in una situazione di soggezione o di “inferiorità”?

I bambini sono stati considerati per secoli dei minus habens, esseri  privi di soggettività. Era una regola usare nei loro confronti metodi di correzione anche violenti o umilianti. Oggi gli abusi sui minori sono reati, chiediamo il rispetto dei bambini ma siamo abituati a ragionare in maniera dualistica: razionalità e irrazionalità, buono o cattivo, luce o ombra. Quando incontriamo la violenza dove non ce l’aspettiamo, negli uffici, nei luoghi istituzionali, nelle famiglie “rispettabili” allora distogliamo lo sguardo, rimuoviamo, neghiamo: per ignavia, per codardia, per evitare la sofferenza, persino per collusione con gli autori di violenze o perché deleghiamo sempre ad altri il ruolo di fare coscienza.

Queste sono storie che si ripetono con i colleghi che non si sono accorti, gli amici che non hanno visto, i familiari o i genitori che non hanno colto subito le ansie e le paure dei loro cari. Non viviamo in mondi ordinati o pacifici ma per rendere meno letale la violenza e limitarne i danni come la sofferenza psicologica o fisica non dovremmo mai abdicare alla coscienza e ignorare quello che sentiamo. I mostri che dobbiamo temere sono quelli che portiamo nelle nostre menti e sono quelli che ci fanno chiudere gli occhi davanti alle vittime di violenza oppure ci rendono ciechi quando gli autori o le autrici delle violenze siamo proprio noi.

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