Un anno di attacchi alla magistratura, di leggi ad Ilvam e di ricorsi alla Corte costituzionale per poi dare ragione ai giudici di Taranto e ammettere che la famiglia Riva non vuole rispettare le norme per risanare lo stabilimento siderurgico che diffonde ancora “malattie e morte”. Un’accusa che la procura ionica e il gip Patrizia Todisco hanno scritto mesi e mesi fa nelle centinaia di pagine depositate: perizie, intercettazioni e vecchi protocolli di intesa non rispettati. Tutto a sostegno di una tesi che la politica italiana proprio non ne voleva sapere di condividere. Qualcosa, però, è cambiato nei confronti dell’Ilva. Perché?

Nelle ultime 24 ore il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha pubblicamente definito “inaccettabile” la continua violazione delle norme stabilite dall’Autorizzazione integrata ambientale e che quindi “bisogna intervenire”. A poche ore di distanza il suo collega dello Sviluppo economico ha annunciato che è pronto il decreto per il commissariamento a tempo. Un cambio di linea epocale rispetto alle dichiarazioni del recente passato. Come quelle dell’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini che il 26 luglio, giorno del sequestro dell’area a caldo, ha addirittura annunciato il ricorso al Riesame contro il provvedimento del gip, dimenticando di essere parte lesa nell’indagine. Ma come ha fatto la politica a dare ragione a quella magistratura che fino a ieri era accusata di voler riscrivere la politica industriale del Paese?

Semplicente non poteva più negare la realtà. Il Governo, oggi, non ha più alcuna scappatoia per difendere la famiglia Riva. Un’inchiesta per disastro ambientale a Taranto che ha portato al maxisequestro da 8,1 miliardi di euro, a Milano un fascicolo per riciclaggio e frode sui capitali scudati nei paradisi fiscali che si aggiunge a un altro per evasione fiscale. Le ultime relazioni degli ispettori che descrivono le violazioni e i ritardi nell’attuazione dell’Aia e che in realtà confermano soltanto le tante denunce dei custodi giudiziari puntualmente ignorate nei palazzi romani. Alla politica italiana, in questo anno, non era bastato evidentemente che i membri della famiglia Riva fossero agli arresti domiciliari (misure confermate dalla Cassazione) per reati gravissimi, oppure che fossero nascosti a Londra, come Fabio Riva, e oggi in attesa di estradizione. Non erano bastati i dati della perizia epidemiologica che ha messo nero su bianco i danni dell’inquinamento sui lavoratori e sui cittadini di Taranto.

Non era stato sufficiente nemmeno lo Studio Sentieri presentato a Taranto dall’ex ministro della Salute Renato Balduzzi, con il quale si ammetteva che nel capoluogo ionico si muore più che in altre città per malattie legate all’inquinamento. La politica le ha tentate tutte prima di essere costretta ad ammettere che il lavoro di magistrati, carabinieri, finanzieri e custodi giudiziari era la fotografia di una situazione indifendibile e intollerabile. Il Governo, però, prima di arrivare a queste dichiarazioni ha fatto i salti mortali pur di salvare l’azienda e i Riva: ha istituito una nuova commissione Aia che in pochi mesi e soli due sopralluoghi in fabbrica (nonostante i pareri negativi dell’Arpa Puglia e degli amministratori giudiziari) ha concesso l’autorizzazione all’Ilva; ha nominato un ex procuratore generale di Cassazione, Vitaliano Esposito, come Garante dell’attuazione Aia; ha nominato Alfio Pini garante delle bonifiche; ha criticato aspramente ogni singola iniziativa delle toghe tarantine dal sequestro del 26 luglio effettuato dal Noe al blocco dell’acciaio eseguito dalla Guardia di finanza il 26 novembre.

Eppure negli ultimi giorni, con uno storico voltafaccia, ha dovuto dichiarare all’Italia intera che quella famiglia di imprenditori non sta rispettando la legge nei tempi previsti e che non è più pensabile giocare con la vita dei tarantini. A Taranto, però, sono tutti convinti che a far cambiare strategia al Governo, in realtà, siano state le dimissioni del cda dell’Ilva e il rischio concreto del crollo della siderurgia italiana. Un cambio di passo arrivato, in ogni caso, con un notevole ritardo. Se nei mesi scorsi qualcuno a Roma avesse letto i documenti prodotti dai custodi tecnici Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, avrebbe risparmiato tempo prezioso per la salute di operai e cittadini. E la siderurgia italiana non sarebbe sull’orlo del baratro.