“Il governo delle larghe intese non fa male alla politica” confida il presidente del consiglio Enrico Letta a Repubblica. Difatti il quotidiano vicino ai democratici titola in bella vista sulla “Rivincita del Pd”. Perché il risultato delle elezioni comunali più che dello scampato pericolo ha davvero del “miracoloso” per un partito ancora provato dalle fatiche del dopo-voto politico; dove il timore di essere ulteriormente “spiazzati e spazzati via” dal fenomeno a 5 stelle lascia invece posto al primo segnale positivo dal 2012, che si era chiuso col successo di partecipazione, ma politicamente infruttuoso, delle primarie tra Bersani e Renzi. Quanto basta a rinsaldare l’asse dirigente composto dall’ex segretario Pierluigi Bersani, il suo successore Guglielmo Epifani, il premier Letta e il ministro Dario Franceschini. Tanto che il presidente del consiglio vuole onorare la cambiale degli elettori accelerando sulle riforme; mentre nel partito si fa strada l’ipotesi di rallentare la corsa congressuale per consolidare gli assetti in carica.

Anche se il prezzo della rivincita, specialmente su un voto che si dimostra “grillino” non solo di nome ma di fatto, è un astensionismo da affrontare come “il vero dato politico”. E rispetto al quale sono soprattutto i renziani a mettere in guardia. Avvertendo che adesso il Pd non può rallentare sul congresso. Che per l’entourage del sindaco di Firenze deve essere “vero terreno di rifondazione” del partito. Tanto che si guarda con fastidio al cappello messo da Walter Veltroni sulla candidatura Chiamparino come pure ai tentativi di consolidare gli assetti appena entrati in carica e a quelli di approvare “modifiche minime” del Porcellum.

Il presidente del consiglio può compiacersi del fatto che “si sbagliavano” tutte le sibille che prevedevano come l’effetto “inciucio” avrebbe portato Grillo all’80 per cento. Per Letta “non c’è da festeggiare” perché non va sottovalutato l’astensionismo, ma il voto va considerato “di attesa”. Gli italiani, cioè, “ci mettono alla prova: tocca a noi dare risposte”.

Letta punta alle riforme. E quelle risposte per Letta sono le riforme costituzionali per rispondere all’astensionismo, “vero vincitore” di questa tornata elettorale. Il premier interverrà nel dibattito che si svolge mercoledì nelle due aule di Camera e Senato, dove saranno approvate le mozioni che dovranno dare il via all’iter delle riforme a partire dalla costituzione di una commissione paritetica di 40 parlamentari. Letta vorrebbe stralciare e porre subito all’attenzione del parlamento un disegno di legge costituzionale per eliminare le province: un provvedimento già messo in calendario dal governo Monti e che il premier vuole rilanciare; difatti il ministro Graziano Delrio lo ha in agenda tra le priorità, anche se permangono resistenze tanto nel Pd che nel Pdl.

Anche l’avvio dell’iter delle riforme, d’altronde, consolida il governo di larghe intese e la tenuta della legislatura. Tanto è vero che anche sulla revisione della legge elettorale i tempi vanno dilatandosi e si afferma l’ipotesi di ritocchi minimalisti, come “la riduzione territoriale delle circoscrizioni e l’introduzione delle preferenze di genere”, spiegano fonti di palazzo Chigi. Ipotesi che suscita riserve soprattutto da parte renziana. Il sindaco di Firenze si è professato alleato “a disposizione” del governo Letta, ma al tempo stesso guarda a un futuro in cui contendere la premiership nelle urne al centrodestra; perciò diffida di ritocchi alle legge elettorale che finiscano per sancire le larghe intese.

Epifani incassa la rivincita di Bersani. E’ sicuro che il risultato del primo turno dei ballottaggi stabilizzi un Partito democratico che sembrava correre verso il congresso persino in modo sguaiato. “Chi profetizzava una disfatta per il Pd è stato smentito, almeno per ora – si compiace dunque Epifani – La rimonta trionfale del Pdl non c’è stata e tantomeno è arrivato il temuto tsnumani di Grillo”. Che anzi fa un bagno anche a Siena, dopo mesi di martellante campagna contro per la vicenda Montepaschi: vero è che il centrosinistra andrà al ballottaggio per la prima volta da 20 anni, ma Grillo crolla da quasi il 21% al 7,8%. Una riscossa soprattutto per le amarezze dell’ex segretario. Bersani ha seguito gli scrutini rientrando a Roma da Piacenza, in contatto con Davide Zoggia. E ha potuto compiacersi di veder avverata la profezia fatta durante l’incontro in streaming con i capigruppo 5 stelle, quando ancora puntava sul suo “governo del cambiamento” e di fronte alle chiusure degli interlocutori Roberta Lombardi e Vito Crimi, vaticinò “il rischio che si passi dal faremo e diremo all’avremmo potuto fare o avremmo potuto provarci”.

Certo, i conti si faranno fra due settimane, ma il centrosinistra vince alla prima a Vicenza, Sondrio, Pisa, Massa e, oltre che a Roma, parte in vantaggio ai ballottaggi di Imperia, Lodi, Treviso, Siena, Ancona, Barletta, Viterbo, Avellino. Un risultato che “incoraggia il lavoro che ho iniziato a fare ed è incoraggiante per tutto il Pd”, sottolinea Epifani. Che ora appunta le speranze di vittoria del partito nella candidatura di Ignazio Marino a Roma, per quanto l’ex senatore si sia smarcato per tutta la campagna elettorale dal partito, che lo ha ricambiato con non minore diffidenza. Ora però anche Renzi è pronto a scendere in campo per sostenere il candidato al Campidoglio che certo non gli è particolarmente affine.

Il congresso e l’iniziativa di Renzi. Il sindaco di Firenze è colui che più di tutti adesso deve registrare il tiro della propria iniziativa politica, che rischia di rimanere soffocata dall’onda di riflusso degli apparati rinfrancati dal risultato delle comunali. Finora infatti “il panda socialista”, come chiamano il nuovo segretario ricordando la sua carriera nella Cgil, si è ritrovato abbastanza solo e accerchiato dalle varie correnti a largo del Nazareno. E senza neanche una segreteria, dal momento che la sua costituzione, contesa tra le differenti anime, è stata rinviata a dopo il voto.

Col conforto delle urne adesso il Pd procederà alla formazione della segreteria, che farà probabilmente da specchio degli equilibri interni. Ma serpeggia anche la tentazione di rinviare il congresso, facendolo partire dopo l’estate per chiuderlo a inizio 2014, in modo da consolidare gli assetti di potere in carica. Oltre al governo delle larghe intese, il voto suffraga infatti il vertice appena rinnovato non solo nella persona di Epifani, ma anche di chi lo ha voluto alla segreteria: cioè Bersani, Letta, Franceschini, Finocchiaro col beneplacito di D’Alema, Veltroni, Renzi. Un ritratto di gruppo tutt’altro che confortante per il sindaco di Firenze. Ma non è il solo indizio a trasmettere l’impressione che la nomenklatura rottamata sia “rientrata per la finestra”:  l’attivismo di D’Alema e Veltroni anima infatti mail list, comparsate tv e endorsement. Del leader Massimo si dice che sia pronto a appoggiare qualunque candidato alla segreteria voglia Renzi, facendo anche ritirare Gianni Cuperlo in favore di Sergio Chiamparino, in cambio della candidatura al Quirinale.

A loro volta i renziani osservano che i voti grillini sono “rifluiti nell’astensione”, quando per il senatore Andrea Marcucci “il problema è prenderli noi”. Perciò i fedelissimi del sindaco ci tengono a richiamare su “l’urgenza di un congresso rifondativo” e a “distinguere” riguardo al fatto che “quella di Chiamparino alla segreteria è una candidatura di Veltroni non di Matteo”, come avverte il fiorentino Dario Nardella. Perché per le aspirazioni alla premiership di Renzi, che finora si è fatto forte proprio contro “il grigiore” degli apparati, un partito che transiti da Epifani a Chiamparino col sostegno di tutta la vecchia guardia “non sarebbe davvero un buon viatico”.