Seduta al tempio. Le vecchine parlano tra loro di piccole cose, una fuma, l’altra aggiusta il centrino ad uncinetto che tiene tra le mani. Stand di candidati urlano più in là, i diretti propalatori direi, ho la nausea.

Una tizia mi ferma, insiste perché io firmi per il suo eletto, il nostro aggiunge baldanzosa, vorrei sputare in terra, si fa così. Dico: sono una grillina, nonostante tutto, e pure non lo fossi, vorrei che andaste al diavolo, più o meno tutti. La tizia insiste, la vecchina mi tiene il braccio, mi hanno rotto il c…la vecchina mi stringe ancora, no gioia, sussurra, non sta bene, e mi indica il centrino, guarda che bel disegno dice. Non si nutrono abbastanza, ritengo, quando capita casomai. Il candidato non si manifesta, i propalatori urlano, penso ad una canzone di Carlo Muratori, parlava di certi silenzi colpevoli.  

Hanno la pancia piena di merda impreca un passante, io esulto, sì, batto le mani, bravo bravo, l’uomo sorride sorpreso di farlo, ma è giusto, ha ragione, puoi sorridere amico, hai la mia approvazione. Le vecchine vigilano la noia sul resto, l’ipocrisia, l’infamia dei propalatori che urlano amenità. Andate a casa, via, abbiate pazienza. Il tempio non è un tempio, ma lo chiamiamo così, è una specie di piazza di fronte ai ruderi bizantini, che furono anche una moschea. Una delle vecchie non era tornata al tempio. Murata, il congiunto stretto impediva che chiunque salisse a verificarne l’esistenza. Una vecchia magrissima e senza denti che se mi incontrava per strada mi sorrideva, che una volta salvai dalle foglie di oleandro, raccomandandomi: “Signora la prego, sono proprio pericolose, non le raccolga come fiori selvatici”.

Finiscono così in definitiva, seppellite dall’inedia, dalla lanugine, i propalatori urlano così stupidamente.

(continua)

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