Il Pd festeggia e il Movimento 5 Stelle fa autocritica dopo la tornata di elezioni amministrative di domenica e lunedì, che ha portato il centrosinistra in vantaggio in sedici capoluoghi italiani. E fa autocritica anche il Pdl, per bocca di Fabrizio Cicchitto, che delinea la necessità di un partito sotto la “leadership carismatica” di Berlusconi a livello nazionale, ma di un partito “vero”, con congressi e dibattito interno, a livello locale.

Tra i primi a commentare i risultati c’è il segretario del Pd Guglielmo Epifani, che ha definito l’esito “un risultato che premia la governabilità“, sottolineando che “per il Pdl ora è più difficile minare il governo di Letta”. Il voto, ha aggiunto il leader democratico, “rafforza la volontà del Pd di dare agli italiani un governo di servizio ed è un risultato che dà respiro al partito e ci fa andare al congresso più sereni”. Il premier Enrico Letta tira un sospiro di sollievo per la tenuta delle larghe intese, mentre Silvio Berlusconi è amareggiato soprattutto per il risultato a Roma, dove Ignazio Marino è in netto vantaggio su Gianni Alemanno.

“Senza montarsi la testa, perché il test è limitato, ma il voto premia non solo i candidati ma anche le liste”, ha precisato Epifani in un’intervista al Messaggero. “Il risultato elettorale rappresenta un risarcimento per il Pd e in qualche modo anche una vittoria di Pierluigi Bersani, mentre i Cinque Stelle pagano il no a quella scelta di cambiamento che hanno rifiutato”. Per quanto riguarda il voto a Roma, Epifani ha detto che “abbiamo ottenuto un grande successo che ora dobbiamo consolidare con il ballottaggio”. Le primarie, ha aggiunto il segretario del Pd, “funzionano bene per i sindaci, ma per i parlamentari non vanno perché occorre tener conto di troppe variabili. Prima di decidere, però, occorre cambiare la legge elettorale”.

Sempre dal Pd, Stefano Fassina, viceministro dell’Economia, ha spiegato a Repubblica che “il nostro popolo ci ha mandato un segnale importante: è un primo passaggio di ricostruzione, dopo mesi difficilissimi. Il voto che arriva dalle città, dove il nostro partito è avanti dappertutto, riconosce che il governo Letta non è il governo dell’inciucio ma un compromesso fra partiti che restano alternativi”. Il test delle urne è quindi “superato” con un “risultato che aiuta il governo” e “ridimensiona le tentazioni elettorali di qualche falco del centrodestra”. L’astensionismo, secondo il viceministro, “è preoccupante davvero. Il distacco fra politica e cittadini cresce. Senza risposte urgenti alla crisi economica non se ne esce. Pure Grillo è stato punito stavolta”.

Nel Pdl, invece, si fa strada l’autocritica, per bocca di un “colonnello” di prima grandezza come Fabrizio Cicchitto: “Il risultato non positivo di queste elezioni amministrative richiede che si apra una riflessione sul Pdl come partito. A nostro avviso non c’è contraddizione tra la leadership carismatica di Berlusconi e la costruzione, specie ai livelli regionali e locali, di un partito democratico in cui gli iscritti eleggano tutti i coordinatori, compresi quelli regionali e in cui le decisioni ai vari livelli locali, prese dopo un serio dibattito, devono essere vincolanti per tutti, in modo cogente, senza doppie liste, ricatti e separazioni seguite da ipocrite ricomposizioni”. In altri termini, “Berlusconi deve essere sostenuto da un partito democratico e strutturato. Ciò a maggior ragione se viene ridotto, spero non totalmente abolito, il finanziamento pubblico. Infatti, siccome il finanziamento privato con l’aria che tira sarà molto limitato, bisognerà tesserare sostenitori e simpatizzanti e fare i congressi regionali e locali. In caso diverso le elezioni amministrative in alcune regioni saranno sempre un calvario”.

Una parte dell’elettorato M5S, secondo Fassina, è stata “delusa da Grillo che non ha dato risposte, senza impegnarsi nel cambiamento per cui la gente lo aveva votato. Non si è mostrato all’altezza della sfida, con i tanti no sbattuti in faccia a Bersani e Letta”. Sulla delusione del Movimento 5 Stelle, il senatore grillino Adriano Zaccagnini ha avvertito che l’esito “è stato una sconfitta“, perché “abbiamo deluso chi ci ha votato affinché cambiassimo le cose”. L’onorevole ha spiegato a Repubblica che l’errore più grande “è non aver fatto i nomi di un governo a 5 Stelle” e, per quanto riguarda Beppe Grillo, “si sta impegnando tantissimo, ma vorrei dirgli che ogni tanto bisogna guardare al proprio interno e migliorare”.

Nella Capitale, intanto, è in testa Marino con il 42,6% dei voti contro il 30,27% del sindaco uscente Alemanno. I due andranno al ballottaggio il 9 e 10 giugno. Il candidato del M5s Marcello De Vito ha invece raccolto soltanto il 12,43%, mentre l’imprenditore Alfio Marchini, candidato indipendente ma sostenuto anche dai centristi, ha ottenuto il 9,48%. Interessante il dato di Treviso, dove il leghista Giancarlo Gentilini ottiene il 34,9% dei voti contro il 42,5% del candidato del centrosinistra Giovanni Manildo.

Mentre a Brescia, il sindaco uscente del centrodestra Adriano Paroli ha raggiunto il 38%, contro il 38,06% dello sfidante di centrosinistra Emilio Del Bono, con una differenza tra i due – che andranno al ballottaggio – di appena 50 voti. Al terzo posto il candidato di una serie di liste civiche, Francesco Onori, col 7,43%, e la candidata grillina Laura Gamba al 7,29%.

Imperia il democratico Carlo Capacci, con il 46,73%, ha avuto la meglio sul pidiellino scajoliano Erminio Annoni (28,81). “E’ un risultato negativo, non c’è dubbio”, ha commentato l’ex ministro Claudio Scajola al Corriere, sostenendo che “non so se il mio impegno ha portato un vantaggio o un danno” e che “la sensazione è che abbia pesato molto la vicenda del porto e il cantiere che è rimasto fermo”. E a Siena, nonostante lo scandalo del Monte dei Paschi, il candidato del Pd Bruno Valentini ha ottenuto il 39,54%, superando quello del centrodestra Eugenio Neri fermo al 23,37%. Terza Laura Vigni, candidata di una coalizione di sinistra, col 10,29%, mentre Michele Pinassi, del M5s, ha avuto l’8,56%.