Ai seggi si sono presentati davvero in pochi. La fuga dalle urne, dopo le manovre di palazzo che hanno portato alla rielezione di Giorgio Napolitano a Capo dello Stato e al governo delle larghe intese, dimostra come ormai un numero enorme di elettori si riconosca in un celebre aforisma di Mark Twain: “Se votare facesse qualche differenza non ce lo farebbero fare”.

Il dato che colpisce di più non è però l’astensione o l’ottimo risultato di Ignazio Marino, l’ex senatore democratico schierato contro l’inciucio e per Stefano Rodotà al Colle, che ha significativamente scelto lo slogan “Non è politica. È Roma”. A far rumore è il crollo del M5S ovunque attestato sotto quota 15 per cento (e spesso sotto l’8).

Si tratta di un flop che ha molte cause. E che non è avvenuto solo perché a livello locale il Movimento non è (ancora?) in grado, al contrario del qui vittorioso Pd, di esprimere candidati di peso o perché, come si lamentano i militanti, i media hanno sparato a palle incatenate contro Beppe Grillo e i suoi eletti. Ci sono invece precise responsabilità dei 5 stelle.

La situazione dell’informazione italiana infatti è quello che è. Può piacere o non piacere (e a noi non piace). Ma chi decide di far politica ha semplicemente il dovere di tenerne conto. Cioè deve sapersi misurare con la realtà. Soprattutto se aspira a cambiarla.

Per questo per il M5S ha, per esempio, ben poco senso lamentarsi se le proprie iniziative non vengono pubblicizzate o protestare se i giornali, invece che parlare dei 42 milioni di euro a cui il Movimento ha rinunciato, dedicano articoli su articoli al (poco commendevole) dibattito tra gli eletti sulle note spese.

Più importante, per i 5 stelle, sarebbe invece non aprirli nemmeno quei dibattiti. Perché chiunque ha un lavoro sa che in tutte le aziende del mondo si viene rimborsati solo dopo aver presentato gli scontrini. E perché non bisogna essere dei geni della comunicazione politica per capire i tuoi elettori si aspettano di vedere le tue note spese on line, pure se la cosa non era stata specificata nei tanti documenti sottoscritti prima delle elezioni.

Il Movimento 5 Stelle dice infatti di basarsi sul web e sulla trasparenza. E proprio perché rivendica la trasparenza quando Report fa inchiesta (non importa se buona o cattiva) sulla situazione finanziaria del blog di Grillo, il cosiddetto staff ha un’unica strada: rispondere alle domande e mettere immediatamente i conti in Rete. 

Fare la vittima (a meno che non ti chiami Silvio Berlusconi e hai a disposizione giornali e televisioni) non paga. Paga invece la verità e la chiarezza. Anche perché, a oggi, lo zoccolo duro del M5S ruota solo intorno ai MeetUp e vale meno del 10 per cento. Tutto il resto è voto di opinione. Che, con pazienza, va guadagnato elettore per elettore.