Per non deprimere ulteriormente i consumi sarebbe giusto evitare l’aumento dell’Iva. Ma non a tutti i costi, suggerisce un’analisi dei dati Istat. Se invece di ridurre la spesa pubblica, si aumentassero ancora le accise, la cancellazione dell’aumento Iva avrebbe indesiderabili effetti regressivi.

 di Francesco Daveri* (lavoce.info)

Le previsioni del governo sul deficit 2013 incorporano tra le entrate dello Stato due miliardi attesi dall’aumento di un punto dell’Iva dal 21 al 22 per cento a partire dal primo luglio 2013. Non c’è dubbio che ci sarebbe la necessità di scongiurare questo ennesimo colpo ai consumi, magari senza pregiudicare gli obiettivi di deficit, sostituendo l’aumento dell’Iva con tagli di spesa corrispondenti. Tutto ciò nella speranza che le riduzioni di spesa non deprimano a loro volta i consumi e che nello stesso tempo si crei spazio per le riduzioni di imposta di cui si parla (Imu sulla prima casa) o meglio ancora quelle di cui si dovrebbe parlare (Irap sul costo del lavoro).

L’Iva al 21 la pagano soprattutto i ricchi

Parlando di Iva, tuttavia, il rapporto dell’Istat sulla situazione del paese 2013 contiene un’utile tabella che fa riflettere sugli effetti di equità del possibile aumento dell’Iva.

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Fonte: Istat, Rapporto annuale sulla situazione economica del paese, maggio 2013

Siamo abituati a pensare che le imposte sul consumo come l’Iva, oltre a deprimere i consumi, siano anche regressive. Un’imposta la cui aliquota è la stessa indipendentemente dal reddito della persona è regressiva perché pesa di più sui meno abbienti. La tabella Istat indica invece che l’aumento dell’Iva di cui si discute potrebbe essere meno regressivo in termini di equità di quanto si pensi. La tabella mostra infatti che le famiglie meno abbienti – il primo quinto nella tabella Istat – destinano la maggior parte della loro spesa (circa il 38 per cento) alle categorie di beni e servizi colpite dall’Iva al 4 o all’10 per cento (la cui aliquota rimarrebbe ferma), mentre i beni “ivati” al 21 per cento rappresentano solo poco più di un quarto del loro paniere di spesa. Vuol dire che, dall’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento, una famiglia che spende – diciamo – 20 mila euro l’anno subirebbe un aggravio di tassazione pari a 52 euro. Ad essere più colpiti dall’aumento dell’Iva, sarebbero invece le famiglie più ricche che – dice la tabella – spendono quasi il 40 per cento del loro paniere in beni e servizi con Iva al 21 per cento. Per una famiglia con una spesa di 40 mila euro l’anno (dunque doppia rispetto alla famiglia meno abbiente), l’aggravio di tassazione sarebbe di 156 euro, dunque di tre volte maggiore rispetto a quello della famiglia meno abbiente.

Evitare l’aumento dell’Iva ma non a tutti i costi

Riassumendo, con i consumi al palo da troppo tempo, è giusto anzi giustissimo cercare di non aumentare ancora l’aliquota dell’Iva. Ma va bene farlo solo se in parallelo si riduce la spesa pubblica. Se invece, per evitare l’aumento dell’Iva, si arrivasse a ritoccare ancora le accise sui carburanti o la tassazione sugli affitti, allora sarebbe opportuno tenere a mente un altro dato sempre ricavabile dalla stessa tabella dell’Istat: affitti e spese per il carburante valgono un quarto del paniere per le famiglie che appartengono al quinto più povero e solo un quinto per le famiglie più ricche. In un momento di crisi di tutto si sente il bisogno tranne che di operazioni Robin Hood al contrario che tolgono ai poveri per dare ai ricchi.

*Francesco Daveri insegna Scenari Economici presso l’Università di Parma. E’ anche docente nel programma MBA della SDA Bocconi. Ha svolto attività di consulenza per la Banca Mondiale, la Commissione Europea e il Ministero dell’Economia. La sua attività di ricerca riguarda la relazione tra le riforme dei mercati, l’adozione delle nuove tecnologie e l’andamento della produttività aziendale e settoriale in Italia, Europa e Stati Uniti. Il suo libro più noto è Centomila punture di spillo (scritto con Carlo De Benedetti e Federico Rampini, Mondadori 2008). Scrive sul Corriere della Sera. Segui @fdaveri su Twitter oppure su Facebook