Diversamente “emigrati” in terra straniera, l’italiana Valeria Bruni Tedeschi e il francese Guillaume Canet portano a Cannes i legami di sangue, sintesi delle contraddizioni di ogni sentimento vero, perché “la storia di una famiglia è anche una storia d’amore”, annuncia radiosa l’attrice/regista, unica donna al 66° concorso ufficiale. Nel suo autobiografico Un Château en Italie prodotto in Francia, recita accanto a mamma Valeria, mentre il collega transalpino ha optato per la moglie Marion Cotillard come co-protagonista del suo esordio americano fuori concorso, Blood Ties, appunto “legami di sangue”. Giusto per intensificare le comunanze, entrambe i film mettono al centro storie di fratelli, nella prima di assoluto amore tra Louise (Valeria Bruni Tedeschi) e Ludovico (Filippo Timi), nella seconda di contrasti profondi tra Chris (Clive Owen) e Frank (Billy Crudup).

Per la Bruni Tedeschi si tratta del terzo lungometraggio. Simile ai precedenti per temi, registro e cast, questo trova ispirazione nelle sue letture di Anton Cecov, in particolare de Il giardino dei ciliegi, e non è un caso la presenza di ciliegie sia una costante cromo-alimentare nel corso del film, narrato nella scansione di quattro stagioni. Un castello-memoriale di una famiglia ormai decadente, antica borghesia industriale piemontese, residenza della madre e dei due figli, benché Louise l’alterni con Parigi. Non sono sul lastrico (possiedono ancora un Brueghel che vale almeno un paio di milioni di euro..) ma sono tirchi, e i costi del palazzo superano le entrate. All’esigenza di vendere si oppone Ludovico, ma la sua volontà viene rispettata solo fino all’ultimo suo respiro, quando l’Aids lo uccide. Nel frattempo la sorella si fidanza con un uomo di vent’anni più giovane (Louis Garrell) dal quale vuole un figlio senza successo. Si lasciano, si ritrovano, forse. Se il cuore abbonda in questa ennesima prova dietro e davanti alla macchina da presa della sorella di Carlà, purtroppo è tutto il resto a mancare all’appello. E l’intenzionale tono leggero, nutrito di sospensioni narrative (i personaggi spesso si perdono nel vuoto..) o di gag di estrema comicità (la scena dell’inseminazione artificiale..) non raggiunge lo scopo voluto, sortendo in un caos talvolta ripiegato su se stesso. Si salva un finale lirico, ma a quel punto poco fruttuoso. Peccato.

Anche l’infinito e corale family-crime-drama Blood Ties di Canet tinge di ingenuità registica una sceneggiatura co-scritta col talentuoso James Gray (che tra qualche giorno vedremo sulla Croisette in concorso con The Immigrant). “Per rendere la New York mi sono ispirato alle atmosfere di Scorsese, Cassavetes, anche Tarantino”, spiega Canet, idolo in patria, specie come interprete: non a caso questo è il remake USA de Le liens du sang (2008) in cui egli dava corpo a Chris. Oltre alla consorte – nei panni della prostituta italiana spostata da Chris, il protagonista – nel cast stellare compaiono Clive Owen, Billy Crudup, Mila Kunis, Zoe Saldana e il grandissimo James Caan. Tutti esaltano il “fuoco” di Guillaume, “regista che sente la storia che dirige e crea estrema energia sul set”. Anche in questo caso le ottime premesse ed intenzioni hanno soddisfatto solo parzialmente il risultato di sofisticatezza “di genere” espressa tra le righe. Questo non toglie alla pellicola di funzionare “in basic” nei suoi 144’ tra colpi di scena & pistola e una colonna sonora assai compiacente dei roaring Seventies: tutte qualità che ne farebbero un buon prodotto commerciale per le sale anche in Italia, dove tuttora è senza distribuzione.

Domani, con La grande bellezza di Paolo Sorrentino il concorso compie il giro di boa: a metà dei 20 film previsti, le classifiche delle riviste specializzate posizionano i fratelli Coen (Inside Llewyn Davis) in cima alle preferenze, seguiti dall’iraniano Fahadi (Le passé), dal giapponese Kore-eda (Like Father, Like Son) e dal cinese Jia Zhangke (A Touch of Sin).