Spulci le 24 liste schierate alle amministrative di Castellammare di Stabia (Napoli) e trovi candidati al consiglio comunale in due civiche, di cui la prima alleata col Pdl, il figlio di Luigi D’Apice, detto ‘Giggino ‘o ministro, personaggio di spicco della criminalità organizzata del quartiere di Ponte Persica, condannato con sentenza definitiva a 4 anni di reclusione per accuse di associazione camorristica, e il fratello di Giovanni Avitabile, ritenuto vicino al clan D’Alessandro, detenuto per gli stessi motivi. Ce ne sarebbe abbastanza per alzare la guardia. Ma a differenza della vicina Portici (Napoli), dove la scoperta della presenza in una lista Udc della nipote del boss Luigi Vollaro è seguita l’immediata presa di distanza del candidato sindaco magistrato Nicola Marrone, che ha chiesto e ottenuto il ritiro della ragazza dalla competizione elettorale, qui le ‘parentele ingombranti’ restano in campo. E contemporaneamente Antonio Pentangelo, il candidato sindaco di Castellammare sostenuto dal Pdl e da altre sei liste, dichiara: “Non voglio i voti della camorra e spero che i miei avversari vogliano sottoscrivere con me questo patto comune”. Come se il problema non riguardasse la sua coalizione, ma risiedesse altrove. 

Benvenuti nella città delle Terme: 64.000 abitanti, circa 600 candidati, la camorra che quattro anni fa arrivò ad uccidere il consigliere comunale del Pd Gino Tommasino e poi si scoprì che uno dei suoi killer era iscritto ai democrat, lo scioglimento per infiltrazioni camorristiche sfiorato, una profonda crisi industriale in atto e il ticchettio della crisi Fincantieri che mette in ansia quasi 2000 operai tra dipendenti dello stabilimento e dell’indotto. Si va al voto anticipato per una crisi di palazzo: il sindaco uscente in quota Pdl Luigi Bobbio, primo azzurro alla guida della Stalingrado rossa del Sud, è caduto a metà mandato sotto i colpi dei franchi tiratori e si ricandida senza il simbolo, assegnato a Pentangelo. Bobbio lancia durissimi comunicati sul rischio che la camorra si sia insinuata nelle liste del centrodestra ‘ufficiale’. Gli avversari gli ricordano che è indagato due volte, una per la nomina del superconsulente Francesco De Vita, costato centinaia di migliaia di euro tra parcelle e dispendiosi rimborsi spese, l’altra per l’assunzione del suo autista in una società partecipata del Comune. Scorie di una tormentata stagione amministrativa. Alle quali si aggiungono veleni vecchi e nuovi sui curriculum dei nomi in campo. E sul loro passato.

Elenco lungo. Un candidato sindaco indipendente compare nei verbali del pentito Vincenzo Procida, ras di camorra defunto in un incidente stradale, come persona “protetta” dal clan. E così non dovette sottostare al pizzo. Cinque consiglieri comunali uscenti e ricandidati sono inquisiti nello scandalo dei rimborsi truccati, incassati per presenze fittizie nelle commissioni consiliari. Due inquisiti di questa sorta di ‘Gettonopoli’ peraltro compaiono anche nelle dichiarazioni di uno degli assassini di Tommasino, Salvatore Belviso, come intermediari in una vicenda di assegnazione di parcheggi. Una fu cacciata da una vecchia giunta di centrosinistra per aver partecipato al funerale del boss Michele D’Alessandro. C’è infine un indagato dell’inchiesta sui rimborsi truccati nel consiglio regionale della Campania, per aver fornito una fattura falsa a nome del suo albergo: è il figlio di un condannato con sentenza passata in giudicato per favoreggiamento personale al boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, un imprenditore stabiese che ebbe un ruolo nella trattativa tra Dc e camorra per favorire la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo, rapito nel 1981 dalle Brigate Rosse. Un quadro che induce due parlamentari campani di Sel, Arturo Scotto e Peppe De Cristoforo, a presentare un’interrogazione al ministero dell’Interno affinché vigili con attenzione sulla regolarità del voto e sul pericolo di condizionamenti della criminalità organizzata.