Nell’ultima settimana e mezza non c’è stato giornale, telegiornale o sito d’informazione che non abbia parlato di Twitter, libertà della Rete e tutto il cucuzzaro.

Temo che chi ha un po’ di notorietà confonda i “followers” con il consenso, che – va da sé – sono due cose profondamente differenti. Non sto qui a tediarvi sul discorso “chi accetta il confronto diretto dei 140 caratteri, sa a cosa va incontro”. Mi sembra pacifico e siamo tutti d’accordo.

La cosa che trovo interessante – e per certi versi ridicola – è che determinati argomenti si affrontino solo quando a fare le spese di questa libertà (o eccesso di libertà) sono personaggi che tengono in mano le redini dell’informazione o della politica.

Facciamo finta che il dibattito si sia aperto per altri motivi (tipo che siamo un Paese moderno e attento e ci stiamo interrogando sull’effettiva funzione dei social e se ci siano aspetti da regolamentare).

Appena qualcuno parla di “regolamentazione” si grida alla censura. “Non esiste, la rete deve essere libera, ciascuno vi deve accedere, informarsi, dire la sua”.

Bene. Ma questo ha a che vedere con l’anonimato?

Cerchiamo di capirci. Il problema non è se qualcuno critica Mentana, la Boldrini (odiose nel suo caso le offese) o il Trio Medusa. In questi casi – credo – la notorietà (sia chi ne ha tantissima, chi un briciolo come nel caso mio e dei miei soci) prevede anche la critica aspra.

Caso differente è l’insulto. L’essere personaggio pubblico non comporta il diritto di chiunque all’offenderti. Voi direte: mica sei obbligato a stare su Twitter. Io invece voglio starci, accettare il confronto. E ci metto, come sempre, la faccia.

Dov’è il problema per gli altri? Perché tu che attacchi ti devi nascondere?

Facciamo un altro esempio, forse più utile. Un po’ di tempo fa c’è stato un concorso dedicato al mondo dei fans, in palio un incontro con i membri del gruppo “One Direction“. Questo concorso l’ha vinto una ragazza che è stata letteralmente coperta d’insulti e minacce di morte. Ha persino cambiato città, perché le era intollerabile vivere là dove veniva travolta da continui episodi di bullismo (dunque non solo cibernetico).

Ciascuno di noi, quando era a scuola, ha fatto o subìto una battuta scema. La cosa finiva al suonare della campanella, nella maggior parte dei casi. Ora no. L’insulto, la presa in giro, la derisione, continua sulla Rete. Pagine come “il mio compagno frocio + nome e cognome” sono tantissime. E’ intollerabile.

Ci hanno fatto aprire la posta certificata (tra l’altro: che dobbiamo farci adesso?). Mi sembra che non sia difficile dire: vuoi aprire un account Twitter? Bene, fallo con quella mail, così so chi sei. Sei responsabile di quello scrivi.

Perché se mi offendi per strada posso querelarti e non posso se lo fai sulla rete? Limita in qualche modo la nostra libertà o semplicemente ci responsabilizza?

Ho sempre pensato che non si va alle manifestazioni a volto coperto. Ho sempre pensato che fosse giusto mettere sui caschi delle forze dell’ordine un numero di riconoscimento, come avviene in alcuni paesi all’estero. Chi non accetta queste regole ha già l’intenzione di giocare sporco.

Credi in quello che dici, negli slogan che urli? Mettici la faccia. Questa sì che mi sembra libertà.