L’incipit di uno scritto di W. F. Hegel sul Principe di Macchiavelli, tratto dal nono capitolo della “Costituzione della Germania”: “L’Italia ha avuto in comune con la Germania lo stesso corso del destino; con la sola differenza che essa, avendo già in precedenza un più elevato grado di cultura, fu condotta prima dal suo destino a quella linea di svolgimento che la Germania sta percorrendo ora fino in fondo. Gli imperatori romano-germanici rivendicarono per lungo tempo sull’Italia una sovranità che, come in Germania, era effettiva nella misura e fin quando era affermata dalla personale potenza dell’Imperatore. La brama degli imperatori di conservare entrambi i paesi sotto il loro dominio, ha distrutto il loro potere in entrambi. I’Italia ogni punto di essa acquistò sovranità; essa cessò di essere un solo stato, e divenne un groviglio di stati indipendenti, monarchie, aristocrazie, democrazie, come il caso voleva; e per un breve periodo si videro anche le forme degenerative di queste costituzioni, la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia…….”

Le parole di Hegel suonano come un minaccioso avvertimento per la Germania dei primi del XIX secolo e si riferiscono al destino di dissoluzione dell’identità politica nazionale verificatasi nel nostro paese.

Sappiamo com’è andata la storia, la Germania restò unita nonostante la disgregazione dell’Impero, la sconfitta della prima guerra mondiale, la crisi della repubblica di Weimar con l’avvento del nazismo, fino alla sconfitta della seconda guerra mondiale e alla divisione susseguente, durata dal ”45 all’89, per poi tornare la nazione unita e forte, di fatto, imperatrice economica d’Europa.

Nonostante alla fine l’unità sia stata conquistata con il Risorgimento, l’Italia resta ancora per molti versi divisa: in primo luogo dal punto di vista economico tra nord e sud (anche se questa crisi sta minando perfino le zone più ricche) e dal punto di vista culturale tra modernità e arretratezza.

Il Paese, dopo la fase di progresso economico e  civile iniziata con la ricostruzione dalle macerie della guerra, nel trentennio in cui si sono state gettate le  fondamenta della repubblica democratica, è rientrato in una lunga fase di stasi e di regressione. Da vent’anni, dopo la fine della “prima repubblica”, Berlusconi è al potere conquistando di fatto l’egemonia politica attraverso un misto di populismo  innovativo e reazionario che ha liberato le forme più invasive d’illegalità.

Ha introdotto e affermato, attraverso lo strapotere nei media, il linguaggio volgare della banalità oscena, la fiction è diventata una metafora della politica, dove gli inganni e le ipocrisie sono la base dei rapporti sociali. Quest’Italia orribile che aveva subito alle scorse elezioni una sconfitta di notevoli proporzioni – 6 milioni di voti, oggi è riportata al governo e al potere attraverso un accordo di “larghe intese ”che mescola forze democratiche e rappresentanti della destra”; Giorgio Napolitano è garante e certificatore di quest’accordo imposto per l’impossibilità, non provata da un voto in Parlamento, di soluzioni alternative.

La Manifestazione di Brescia del PDL contro la sentenza del tribunale di Milano che conferma la condanna a Berlusconi per il processo dei “diritti Mediaset”,  la reazione isterica e violenta contro la requisitoria di condanna del pubblico ministero Bocassini nel processo Ruby,  sono la conferma che esiste nel nostro paese una questione politica e morale irresolubile con Berlusconi.

In questo un panorama cupo e ambiguo, appare sempre più evidente, l’influenza negativa di poteri forti e trasversali che condizionano qualsiasi scelta nel falso nome di una stabilità che equivale alla conservazione in tutti settori della vita pubblica, è drammaticamente evidente la mancanza di una  forte sinistra riformatrice, espressione piena del mondo del lavoro, in grado di affrontare adeguatamente la situazione e rappresentare un’effettiva alternativa allo stato di cose esistente.

Ritorna il pensiero al Machiavelli di Gramsci che intravedeva nel “moderno principe” il partito politico come l’intellettuale collettivo che fosse in grado di conquistare la propria “egemonia” in un’Italia disastrata dal fascismo.

La sinistra ha ( meglio avrebbe) le basi culturali, derivanti dalla sua storia e della sua tradizione, per riconquistare la propria funzione nazionale di governo per il cambiamento, per riuscirci occorre però liberarsi dagli inganni e dalle mistificazioni che hanno creato in quest’ultimo quarto di secolo processi di cambiamento nel segno di un trasformismo senza prospettive.

Mossa dall’intuizione occhettiana della necessità di mettersi rapidamente alle spalle l’ingombrante struttura storico-ideologica comunista  la svolta del PCI verso l’itinerario DS-PDS-PD, approda alla fine di un percorso ventennale a una formazione neocentrista dall’incerta identità politica e programmatica, in cui le componenti del moderatismo cattolico e liberale, assumono un ruolo sempre più pregnante, a scapito della matrice di sinistra che sbiadisce fino a svanire.

Un partito alla ricerca quasi disperata di un successo elettorale che ne legittimi la fondazione e l’esistenza, che rinuncia a difendere con coerenza, perfino alcuni dei principi fondamentali della Costituzione: laicità dello stato, equilibrio tra i poteri, difesa del sistema pubblico.

La difficoltà di trovare un nuovo equilibrio, dopo l’affermazione delle liste di Grillo, la sconfitta dei due poli di centrosinistra e del centrodestra ( e con essa del incongruo sistema maggioritario), le tensioni dirompenti all’interno del partito democratico, paralizzato da eterne lotte intestine, i ricatti espliciti e impliciti di Berlusconi, evidenziano un percorso tutt’altro che unitario nel sistema istituzionale, politico e sociale.

La frammentazione politica italiana, si riafferma nella difficoltà di trovare, attraverso scorciatoie e forzature, una soluzione alla debolezza dello spirito nazionale, mentre ci sarebbe bisogno di costruire attraverso una forte azione riformatrice, “un’etica della responsabilità” di cui la nostra classe dirigente è storicamente priva.

Il dilemma ripropone il confronto con le altre democrazie europee, anch’esse provate dalla crisi ma certamente in grado di affrontarla con una struttura politico-istituzionale ben più coesa, è ormai venuto il momento di scelte coerenti e di una nuova classe dirigente all’altezza, pena l’avvitarsi della crisi in una torsione autoritaria di inquietante gravità.