Quattro stabilimenti del Gruppo Marcegaglia potrebbero presto cambiare padrone, forse già entro giugno 2013. Trovano conferma le voci che da mesi circolavano circa la possibile vendita del il Gruppo Oto, il ramo Engineering del colosso siderurgico italiano, 260 lavoratori per 4 stabilimenti tra Emilia Romagna – la Oto Mills e la Oto Lift Trucks di Boretto (Reggio Emilia) -, Lombardia – Oto Steel -, e Veneto – Oto Automation.

A parlare di “una trattativa in corso” per cedere uno dei fiori all’occhiello della Marcegaglia è Enrico Giuliani, direttore generale dell’Oto Group, che al fattoquotidiano.it chiarisce: “per il momento la proprietà è ancora dei soci, basta fare una visura camerale per verificarlo”. Ma non nega che i vertici dell’azienda stiano trattando per la vendita degli stabilimenti, che presto passeranno nelle mani di un’altro gruppo industriale.

L’ipotesi più probabile, almeno secondo le tute blu della Fiom, è che ad acquistare la Oto sarà la francese Fives, interessata soprattutto al ramo automation di un’azienda che, in controtendenza rispetto all’andamento del colosso siderurgico, ha prodotto negli ultimi cinque anni un fatturato in crescita e il 10% in più di assunzioni l’anno. “La vendita – spiega Mirco Rota, segretario generale Fiom Cgil Lombardia e responsabile sindacale dei rapporti con il gruppo Marcegaglia – è sicuramente dovuta alla crisi che la Marcegaglia sta attraversando già da diverso tempo. A livello nazionale l’andamento è preoccupante, in molti stabilimenti, e nonostante le promesse formulate quando si parlò dell’introduzione del salario d’ingresso, le ore di cassa integrazione in deroga aumentano e, al contempo, crescono gli esuberi”.

Gli ultimi casi sono quelli di Forlì e Ravenna, dove nel 2012 la differenza tra produttività e potenzialità era del 30% circa, tanto che, non raggiunti gli obiettivi, ai lavoratori è stato negato il premio di produttività. A Casalgrande, uno dei principali stabilimenti del gruppo, è stata introdotta una riduzione dell’orario lavorativo, 7 ore di lavoro giornaliero invece delle usuali 8, “ricorrendo a escamotage per risparmiare su quell’ora al giorno: mezz’ora pagata dall’azienda con la pausa mensa, mezz’ora decurtata dai permessi individuali dei lavoratori”. Recente è anche la chiusura della Oscar, la cui parte produttiva è stata tradotta nella fabbrica di Budrio, alle porte di Bologna, e a Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria, su 150 lavoratori sono stati annunciati 70 esuberi.

“Purtroppo conosciamo bene le difficoltà attraversate dal Gruppo Marcegaglia, come sappiamo che gli investimenti fatti in Cina e Polonia non hanno dato i risultati sperati” continua Rota. E la vendita del Gruppo Oto, almeno secondo le stime sindacali, potrebbe fruttare ai vertici del colosso siderurgico circa 100 milioni di euro. “Il problema è che la Marcegaglia non eccelle nei rapporti sindacali. Così i lavoratori sono tenuti all’oscuro di tutto, non sanno che cosa sta succedendo e ovviamente siamo preoccupati”.

Come sono preoccupati gli operai dei quattro stabilimenti interessati dalla cessione, 260 più un centinaio di esterni, “perchè non essere coinvolti, specie quando si tratta del tuo futuro non è mai bello – raccontano – e questi sono stabilimenti piccoli, è come stare in famiglia, ci si sarebbe aspettati un altro trattamento”. Del resto, almeno per il momento, della trattativa non si sa altro. Se non che, a quanto pare, la Fives si sarebbe attivata per sapere se le aree industriali circostanti gli stabilimenti sono libere, e che la solidità del gruppo non sembrerebbe supportare ipotesi allarmanti relative a eventuali parcellizzazioni, speculazioni o chiusure. Certo è che mancano le garanzie.

“Il Gruppo Oto è un fiore all’occhiello non solo per l’importante ruolo che svolge, come polo tecnologico della Marcegaglia, ma anche perchè, in completa antitesi a quando detto dall’ex ministro Elsa Fornero, qui si è adottato un piano industriale brillante che ha portato a un fatturato annuo di circa 170 – 180 milioni di euro, suffragato da una politica d’assunzioni che si è sempre mossa nella direzione della stabilizzazione” racconta Rota. All’Oto Group il 95% dei lavoratori è assunto a tempo indeterminato, e non si è ricorsi al sistema della flessibilità, “quello, per intenderci, portato avanti prima dal governo Berlusconi, poi dal governo Monti”. Quindi, si teme che tutto questo possa essere messo a rischio.

“Non si può andare avanti così – conclude la Fiom – certo non devono chiedere a noi il permesso per vendere, è chiaro, però non è giusto presentare ai lavoratori la tavola apparecchiata, e comunicare con loro solo a vendita ultimata, costringendoli a vivere mesi nell’incertezza. Per questo, per indurre la dirigenza della Marcegaglia a riferire anche sulla reale situazione in cui versano gli stabilimenti italiani, abbiamo chiesto al ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, di aprire un tavolo nazionale di confronto. È necessario capire cosa sta succedendo”.